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Riflessioni sul romanzo La strada del Donbas di Serhij Žadan.

 

Dalla conferenza stampa tenutasi a Pordenone il 15 ottobre 2016.

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Serhij Žadan è nato in una cittadina della regione di Luhans’k, oggi teatro della guerra che dal 2014 si svolge nel Donbas. Ancora oggi, nonostante gli accordi di Minsk, le due repubbliche autoproclamate di Donec’k e Luhan’sk e le milizie russe non cessano di sparare sui soldati dell’esercito ucraino. A Charkiv, la città dove Žadan vive, c’è uno dei più grandi ospedali militari dell’Ucraina e non passa giorno che non vi vengano trasportati soldati feriti. I soldati muoiono ancora quasi quotidianamente sul fronte.

Žadan ha scritto il romanzo La strada del Donbas nel 2009, quando la guerra non era affatto prevista, come ha detto l’autore, sembrava impossibile che una guerra potesse scoppiare in quelle regioni. L’annessione della Crimea da parte della Russia è stata solo il primo atto di aggressione contro uno stato indipendente, ad essa è seguito il lungo conflitto che continua ancora. Nel romanzo, tuttavia, non vi è alcun sentore di quello che sarebbe successo pochi anni dopo. Esso rappresenta la vita quotidiana che si svolgeva con relativa tranquillità in quelle regioni situate nel sud-est dell’Ucraina, zone di frontiera i cui confini con la Russia apparivano poco reali e in cui il passaggio da una parte all’altra del confine rientrava nella normalità. Dopo il disfacimento dell’URSS si sono create nuove condizioni socio-economiche e si sono acuiti i contrasti sociali fra i nuovi capitalisti che si sono impadroniti delle fabbriche e delle miniere, e masse operaie che non hanno più trovato una collocazione sicura nella nuova corsa sfrenata all’arricchimento e al potere di individui spregiudicati e, spesso, delinquenziali. Oligarchi e capi mafiosi hanno esteso il loro potere creando frustrazioni e rivendicazioni che poi sono state sfruttate da chi aveva interesse a creare conflitti reali.

I protagonisti del romanzo sono personaggi che rappresentano quel mondo un po’ surreale, ma anche molto vario, che l’autore ha conosciuto per esperienza personale nella propria adolescenza e giovinezza, quando viveva nell’area di Luhans’k, vicino a Vorošylovhrad, la città che è divenuta titolo originale del romanzo. Nella traduzione italiana è stato scelto il titolo La strada del Donbas che dovrebbe risultare meno misterioso per il lettore italiano. La scelta del titolo italiano indica la centralità della strada, il luogo attorno alla quale si svolge quasi tutta l’azione, che poi acquista profondità storica grazie ai molti flash back narrativi: la riflessione di Ernst sull’avanzata dei soldati della Wehrmacht nel nulla delle infinite pianure orientali al di là dei confini dell’Europa rappresentata dal mondo urbano fino a Kiev, poi vuoto come la steppa; il ricordo insieme ironico e malinconico delle attività giovanili dell’epoca sovietica; la storia dei gasisti venuti dall’Ucraina occidentale che si sono inselvatichiti adeguandosi al mondo della steppa; l’incredibile storia delle cantanti di jazz, così esotiche nella loro “americanità” e così vicine agli interessi musicali dello scrittore e della sua attività di organizzatore di una pop-band e di cantautore; e così per le varie altre storie che emergono dai ricordi dei protagonisti. Ad un presente incerto – “liquido” potremmo dire – riportano le lunghe narrazioni visionarie dei nomadi che si spostano, dei fantasmagorici mondi trasgressivi delle donne delle o.g.n. internazionali, delle migrazioni di popoli che vengono dall’Asia: mondi fantasmagorici che però, come ricordava lo scrittore nell’incontro a Pordenone, ha un suo nocciolo originario nella realtà vera, essendo stata Charkiv (la città in cui Žadan vive da 25 anni) un ben noto “centro di smistamento” delle migrazioni clandestine di cinesi e altri orientali che, attraverso la Russia, raggiungono poi i paesi dell’Unione Europea.

Da parte sua, il titolo originale Vorošylovhrad riflette uno dei punti nodali del romanzo: Vorošylovhrad è una città che non esiste più, è una città fantasma che rivive solo nella visione letteraria dell’opera di Žadan. Per la realtà storica, Vorošylovhrad era il nome che negli anni di Stalin e poi ancora negli anni Ottanta del Novecento, era stato dato alla città di Luhans’k, per onorare la memoria di un generale sovietico che portava appunto il cognome di Vorošylov. La città, fondata alla fine del Settecento da Caterina II, ha ripreso il proprio nome di Luhans’k dopo la creazione dell’Ucraina indipendente nel 1991. Nell’episodio del romanzo in cui si narra delle cartoline della città che il protagonista doveva descrivere a scuola durante le lezioni di tedesco risulta evidente come la realtà di quella città sovietica fosse inconsistente, tanto che era difficile descrivere quello che appariva sulle cartoline che nella realtà sembrava inesistente. L’immagine fantasmagorica dell’inesistente città delle cartoline è però anche il luogo della memoria dello scrittore che, penetrando a ritroso nel passato ed elaborando il ricordo del suo “vissuto” ricostruisce anche l’interezza della propria personalità e del passato della terra in cui vive, dell’Ucraina.

Il libro ha inizio con una telefonata. Il protagonista Herman viene svegliato alle 5 del mattino da un vecchio compagno di gioventù che gli chiede di venire immediatamente da lui, nella cittadina dove è nato, perché il fratello è scomparso, abbandonando la stazione di servizio che gestiva da molti anni e lasciando dietro di sé solo problemi economici e incertezza nelle persone che lavoravano alla stazione di servizio. Herman cerca di rifiutare, ha un lavoro sicuro in città, si è adattato alle nuove condizioni e non vorrebbe tornare nei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza. Le scarne informazioni date dal compagno di gioventù inducono però Herman a intraprendere il viaggio verso la stazione di servizio per vedere cosa succede. Herman parte pensando di restare solo il fine settimana per risolvere i problemi sospesi. Dalla primavera, in cui il viaggio inizia, il soggiorno si prolunga però inesorabilmente fino all’autunno, ogni volta che Herman si prefigge di tornare indietro, un personaggio o un evento lo inchioda in quel posto, in un percorso a ritroso nel tempo che lo porta a rivivere le emozioni e le vicende del passato alla ricerca del senso della vita e, soprattutto, alla ricerca di se stesso. Alla fine Herman rimarrà nel posto delle origini, la stazione di servizio che ha sperimentato ed è sopravvissuta alla storia del paese, dal comunismo sovietico alla nuova realtà post-comunista, sulla difficile strada della ricerca della propria identità e della propria dignità storica e sociale.

La Strada del Donbass è dunque un romanzo di viaggio nell’Ucraina della lunga transizione dal periodo sovietico a quello dell’indipendenza del paese e del nuovo sistema economico e sociale. È stato suggerito che è anche un romanzo di formazione. In primo luogo è un viaggio esistenziale.  È però un viaggio esistenziale in cui tutti i passaggi da una fase all’altra scaturiscono dalla più vera realtà, dall’esperienza vissuta, dalle persone con cui giorno per giorno il protagonista interagisce ritrovando i compagni di scorribande diurne e notturne, di omeriche partite di calcio, di tuffi nel fiume, di sogni di diventare membri dell’aviazione sovietica, di adolescenziali esperienze erotiche, di vita nei prefabbricati che raffigurano la cittadina dove si svolgono gli eventi come un eterno cantiere: forse il cantiere che doveva essere il sogno dell’Unione Sovietica che in realtà di lì a poco si sarebbe sgretolata senza che le costruzioni fossero mai riuscite ad essere terminate.

Vorošylovhrad, o La strada del Donbas è il romanzo di una generazione di passaggio, quella a cui lo scrittore e i personaggi che egli ha creato nella narrazione appartengono. Una generazione nata ancora nell’URSS, che ha poi sperimentato personalmente il passaggio da un tipo di cultura a un’altra. Sono i personaggi che rappresentano la gente comune, a volte stravagante, a volte emarginata, che permettono a Herman di portare a compimento il proprio viaggio alla ricerca della memoria, del superamento del trauma della transizione, di se stesso. Personaggi che, come lui, cercano il proprio posto nel mondo che li circonda, cercano soprattutto dei punti di riferimento, degli appigli per non essere soli, per appartenere a una comunità. Il Traumatizzato, mago delle riparazioni meccaniche e figura dominante che organizza con la stessa energia il lavoro nella stazione di servizio da cui è scomparso il proprietario fratello di Herman, epocali partite di calcio fra i gasisti e la gloriosa squadra locale che gioca con antiche scarpette consumate e improbabili magliette del Milan, incontri notturni e diurni con donne di ogni età che lo amano alla follia malgrado l’invecchiamento e la pancia. Koča, che dorme accanto a vari locali dismessi in un baracchino dove, in un diffuso odore di acqua di Colonia e di tè nero, si confondono vecchi abiti usati in cerimonie e tenute militari, scarponi e oggetti di vita quotidiana, una illeggibile carta geografica dell’URSS ricomposta da ritagli di giornali e frammenti di ogni materiale. Ernst, che come Herman ha studiato storia, cerca di fare l’archeologo scavando carrarmati tedeschi sepolti da più di mezzo secolo, e ora difende come sua proprietà un aeroporto dismesso. La figura di Ernst meriterà una considerazione a parte: anch’essa è ispirata a un personaggio reale, lo Ernst Thälmann, eroe della Repubblica Democratica tedesca, mito dell’aviazione tedesca orientale, protagonista di film ideologici ampiamente noti nella DDR e in tutto il mondo comunista. Trasfigurato da Žadan nel nostalgico ricercatore di carcasse di carrarmati della Wehrmacht e di ultimo paladino dell’aviazione sovietica, anche quello Ernst mitico è componente essenziale dell’elaborazione della memoria che lo scrittore fa del passato proprio e di quello del proprio paese. E poi ci sono i compagni della squadra di calcio, i commercianti di merce truccata che contrabbandano in Russia e poi in Cina prodotti targati Bosch e benzina clandestina lungo una linea ferroviaria che non va da nessuna parte. C’è il presbitero, che ha superato la sua narcomania con la forza di volontà e fa da guida spirituale alle comunità evangeliche štundiste accompagnando la predicazione e la celebrazione di matrimoni e battesimi con pezzi di magia imparati in un centro di recupero. Tutti si muovono, viaggiano, vanno in autobus traballanti, in vecchie Mercedes ammaccate o in motorino per le strade piene di buche, in mezzo a infiniti campi di granturco o boschi che sembrano giungle impenetrabili, migrano dall’Asia verso l’Europa fermando l’accampamento perché la matriarcale guida delle loro tribù possa partorire, vivono in questo territorio del Donbas per attraversarlo o per gettare radici, nel perenne inseguimento di una felicità che non sia frutto di beni esteriori, ma venga dal di dentro, dall’animo e dal vissuto di ogni uomo. E infatti è grazie al senso di reciproca solidarietà e di responsabilità individuale verso la comunità che, come rivelano vari personaggi – il presbitero, la giovanissima Katja, Traumatizzato, la cantante di spirituals –, il protagonista riesce a rimettere insieme i pezzi della memoria, trovare l’integrità dell’io, portare a termine il percorso dalla disintegrazione all’armonia col mondo.

Con Vorošylovhrad – come ha precisato egli stesso durante la conferenza stampa – l’autore ha voluto mettere al centro topografico della narrazione la cultura delle regioni orientali dell’Ucraina. La letteratura ucraina mette quasi sempre al centro della sua identità letteraria le regioni centrali o occidentali: Kiev e la regione di Poltava dall’Ottocento fino a  O. Zabužko, le atmosfere surreali e magiche del mito asburgico della Leopoli di Ju. Andruchovyč e T. Prochaz’ko, la Bucovina multietnica e “austriaca” da O. Kobyljans’ka a M. Matios.  La mancanza di opere e scrittori che narrassero delle regioni orientali, della Luhans’k in cui è nato e cresciuto, è stata percepita da Žadan come una lacuna della storia letteraria ucraina. Vorošylovhrad, ossia la Strada del Donbas è nata anche per colmare questa lacuna, per dire che l’Ucraina orientale è anch’essa parte della nazione, oltre che dello stato. Ed è proprio il paesaggio e la peculiare identità di quelle regioni che non solo costituiscono lo scenario degli eventi narrati, ma rivelano lo spirito totale dell’opera e il risultato finale della ricerca dell’io. Ciò non significa, sia ben chiaro, che il romanzo abbia una valenza regionale. La ricerca dell’io, lo sforzo fatto per capire la situazione di transizione in cui si trovano il protagonista e la società, la scoperta dei valori universali di comunità, di responsabilità e di solidarietà reciproca conferiscono ad una vicenda ambientata nelle regioni orientali una valenza che è al tempo stesso emblematica per tutta l’Ucraina ed è facilmente riconoscibile come propria per ogni essere umano pensante.

Il romanzo è ricco di lirismo, di ampi spazi meditativi, di fantasmagoriche atmosfere create dal sole e dal granturco, dal verde primaverile e dall’oscurità dei boschi, dal rumore del vento e dall’estasi dell’azzurro profondo del cielo che si perde all’orizzonte. Chi conosce le steppe o i campi infiniti dell’Europa orientale sa che le fate morgane, i riflessi di luce di albe e tramonti, le ondate della calura estiva e il colore delle tenebre creano atmosfere irripetibili, magiche e allucinate. Queste atmosfere creano lo sfondo per le avventure della fantasia narrativa e della ricerca intellettuale ed etica dello scrittore. La ricostruzione dei legami di fratellanza e di radicamento nel territorio, e l’elaborazione della memoria costituiscono il percorso profondo del romanzo, che tuttavia non è definibile come opera di carattere filosofico o, tantomeno, spirituale. Lo scrittore ha abilmente saputo conciliare l’elemento lirico e meditativo con quello del romanzo d’azione, la ricerca etica con una trama al limite del poliziesco, la serietà della percezione della storia con l’ironia sottile e bonaria, ma incisiva. I dialoghi sono scambi di battute rapidissime e secche, da film d’azione. I personaggi sono insieme teneri e ridicoli, profondi e scavezzacollo. E poi ci sono i personaggi negativi: i piccoli picciotti della malavita, l’oligarca e i suoi immediati collaboratori, la violenza che s’insinua ovunque e fa avanzare tutta l’azione perché è proprio l’avidità di potere della malavita che minaccia l’esistenza della stazione di servizio e di quel piccolo mondo umano e familiare che Herman ritrova dopo la sparizione del fratello. Tuttavia, faceva notare Žadan durante la presentazione, i personaggi non sono mai totalmente negativi, come non sono mai perfettamente positivi. Lo spregevole Naikolajč, vile scagnozzo di un capomafia, ha alle sue spalle una drammatica storia di frustrazioni e di sconfitte che spiegano, anche se non giustificano né riscattano, la sua personalità. Persino l’efferato oligarca che viaggia sul suo treno personale sulla ferrovia che non va da nessuna parte risulta tragicamente drammatico perché è solo: incapace di capire e accettare il territorio, nel suo odio per tutti e per tutto, risulta tremendamente solo anche quando deve provvedere al proprio pranzo uccidendo lui stesso la pecora destinata al suo piatto. Esiste dunque un’ampia zona grigia in cui, a vari livelli, si muovono molti personaggi: il presbitero è uomo di chiesa ma anche mago da circo, i contrabbandieri vivono ai margini della legge ma conoscono le leggi della fratellanza e della partecipazione ad una vera comunità umana, l’anziano dirigente del Partito Comunista nella casa di cura è simbolo di un potere odiato e disprezzato, ma impartisce a Herman una lezione di dignità che nessuno si aspetta da lui: sarà infatti lui a dirgli che deve opporsi ai soprusi dell’oligarca e deve difendere la sua legittima proprietà, ossia quella stazione di servizio in cui Herman percorre il suo cammino di memoria alla ricerca di sé e del proprio radicamento.

Ciò non significa, sia ben chiaro, che la vaga nostalgia che aleggia in tutto il romanzo sia una manifestazione di rimpianto per l’URSS e tutto ciò che il dominio sovietico ha significato. La nostalgia è solo individuale e personale, si esplica nella ricerca del proprio passato individuale, nella presa di coscienza della propria identità grazie all’appropriazione del vissuto e al superamento della lacerazione che era stata provocata dalla scomparsa nel nulla dell’ordine sociale.

La Strada del Donbas è il cammino della transizione da un’era all’altra, dalla giovinezza alla maturità, dal mondo di “prima” e quello di “dopo” (prima e dopo la caduta del muro di Berlino, per esempio, o del passaggio dal mondo bipartito a quello globalizzato). Alla domanda se il trauma può considerarsi oggi superato e la transizione compiuta lo scrittore ha risposto in maniera parzialmente negativa, ma articolata, ha messo in evidenza l’ambivalenza degli eventi e dei loro significati. Il libro è stato scritto prima che scoppiasse la guerra, la transizione non si era ancora compiuta, ma non c’è dubbio che la guerra ha riportato alla coscienza l’esistenza e la profondità del trauma. D’altra parte, la guerra ha non solo acuito la percezione del trauma, ma ha anche contributo a mobilitare un’azione di rinnovamento profondo, sociale e identitario, della nazione che sembrava addormentata nell’epoca di Yanuchovych. L’autore confessa che oggi, nel 2016, l’elemento giocoso e ironico suona almeno in parte fuori luogo, quasi molesto. Un prossimo libro lo scriverà in maniera diversa. Tuttavia, anche il passaggio attraverso la Strada del Donbas era necessario per compiere e completare il cammino di transizione dal passato al presente, il percorso di ritrovamento dell’unità individuale e collettiva. Com’è noto, attraverso la scrittura, la recitazione di versi, la musica della sua rock-band, la messa in scena di vari spettacoli e l’organizzazione di eventi di ogni tipo, Žadan svolge un’azione quotidiana di diffusione della cultura, delle idee di convivenza e riconciliazione proprio nelle regioni orientali il cui tessuto sociale, economico e morale è stato gravemente danneggiato dalla guerra. Seguono le sue iniziative cittadini di ogni età e classe sociale, ma soprattutto i giovani. L’Ucraina è in fase di costruzione di se stessa, ci vuole ancora tempo e molto lavoro quotidiano sul territorio, ma Žadan non dubita che l’Ucraina stia costruendo la sua nuova identità, elaborando la memoria storica e ritrovando dentro se stessa il necessario senso di responsabilità e di comunanza. Il cammino è lungo, la via è tortuosa, ma l’Ucraina continuerà a crescere entro i confini dello stato legalmente riconosciuto, confini che sono oggi più chiaramente definiti soprattutto nelle terre orientali. L’amara ironia della storia è quella di sempre: il trauma della guerra ha portato inevitabilmente a definire quei confini che nel 2009, quando il romanzo è stato scritto, non esistevano nella coscienza degli abitanti, o almeno non erano percepiti come reali e definiti.

 

Giovanna Brogi

 

 

 

Novità letterarie e recensioni

Negli ultimi due anni il mercato editoriale ucraino ha cominciato ad assumere una propria fisionomia, in parte grazie agli incentivi statali, ma soprattutto grazie alla professionalità delle persone che ci lavorano. Questi criteri non si applicano, purtroppo, allo scandalo legato alla traduzione ucraina di La mia amica geniale, primo volume della celebre trilogia della scrittrice italiana Elena Ferrante, di cui vaste porzioni sono state rese in modo approssimativo, quando non apertamente fantasioso. Lo scandalo in sé – innescato dai post giustamente indignati di alcuni lettori – il ritiro dal mercato della prima edizione e la promessa di una nuova traduzione fedele all’originale testimoniano, d’altro canto, una crescita del numero dei lettori e delle loro aspettative. Ad allargarsi è anche la geografia dei festival letterari che fungono da piattaforme per la distribuzione delle novità editoriali: ai tradizionali appuntamenti di Kiev e Leopoli si sono aggiunti quelli di Odessa, Zaporizžja e Vinnycja.

Inoltre, se prima dei turbinosi eventi che hanno colpito il paese nel 2014 nessuno scrittore contemporaneo si avventurava in provincia, adesso è diventato di moda presentare il proprio libro in giro per l’Ucraina, magari facendosi un selfie con il pubblico accorso ad ascoltare. I libri ucraini però oggi non si leggono più solo in Ucraina. Scrittori ucraini come Serhij Žadan sono invitati sui palchi dei principali festival letterari europei. Brevi estratti dei loro libri vengono tradotti e questo incentiva le case editrici a concludere un contratto definitivo. Tra questi palchi possiamo citare il festival letterario di Amsterdam Read my world e il Conrad Festival di Cracovia. Lo scorso settembre il Festival Pordenone legge ha ospitato proprio Serhij Žadan, che ha presentato in anteprima nazionale la traduzione italiana del romanzo Vorošylovgrad (La strada del Donbas, pubblicato in Italia da Voland e tradotto da Giovanna Brogi). Gli stand delle case editrici ucraine sono ormai una presenza fissa alla Bologna Children’s Book Fair.

Vi proponiamo una breve rassegna delle principali novità del 2016 :

Tetyana Maljarčuk, Забуття / Zabuttja / L’oblio, 2016 Vydavnyctvo Starogo Leva

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Nell’ultimo romanzo di Tetyana (Tanya) Maljarčuk, scrittrice ucraina di stanza a Vienna, attiva dal 2004, e vincitrice di diversi premi letterari europei tra cui Kristal Vilenica e Conrad Festival, si intrecciano due diversi piani temporali: presente e passato. Una giovane scrittrice contemporanea inizia ad interessarsi alla figura di Vjačeslav Lypyns’kyj (1882-1931), storico, politico e ricercatore polacco naturalizzato ucraino attivo nei primi decenni del secolo scorso. Immergendosi nella biografia di Lypyns’kyj, e superando la barriera temporale che li separa, la protagonista cerca di trovare se stessa. La voce narrante parla a nome di chi è stato costretto ad adattarsi e a rendersi debole per sopravvivere ai traumatici eventi dell’inizio del XX secolo. In un tentativo di combinare memoria individuale e memoria collettiva, realtà storica e finzione letteraria, follia e ragione, L’oblio rende omaggio alle personalità forti come quella di Lypyns’kyj.

Da una delle più note scrittrici ucraine passiamo all’esordio narrativo del giovane poeta Myroslav Lajuk (n. 1990), Babornja (La casa di riposo). Se al lettore italiano questo nome dice poco, Myroslav Lajuk è forse uno di più noti e promettenti autori ucraini contemporanei. A soli 26 anni Lajuk ha già vinto due volte il prestigioso premio letterario Litakcent e i suoi lavori per il teatro si sono classificati al secondo posto al concorso nazionale Koronacija slova. Dopo avere pubblicato tre raccolte poetiche nel 2016, Lajuk chiude l’anno con la sua prima prova narrattiva.

 

Баборня / Babornja, 2016, Vydavnytstvo Starogo Leva

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La protagonista di Babornja è Marija Vasyvlyvna, un’insegnante di biologia in pensione che, settantenne, si ritrova a fare un bilancio della propria vita. Due sono gli eventi fondamentali che l’hanno attraversata: l’amore per il marito e la partecipazione alle riprese di un video della cantante sovietica Sofia Rotaru. Il suo mondo quasi ideale crolla dopo la morte del marito, quando Marija scopre che il suo amato aveva una doppia vita, accuratamente nascosta in un armadio da cui cominciano ad uscire gli scheletri della storia sovietica.

 

Andrij Bondar І тим, що в гробах / I tym ščo v grobach / Anche a quelli nelle tombe, 2016, Vydavnytstvo Starogo Leva

 

bondarIl nuovo libro dello scrittore, traduttore, blogger e saggista Andrij Bondar merita una menzione speciale nella sezione del racconto breve. Anche a quelli nelle tombe raccoglie testi prodotti tra il 2003 e il 2016 e assemblati con abilità dalla redattrice Hanna Uljura. I vari racconti compongono una biografia interiore sedimentata nel tempo, illuminata dall’inconfondibile stile di Bondar. Bondar cerca finalmente di passare dalla saggistica alla letteratura, trovando spunto nella vita quotidiana dei personaggi che lo circondano ogni giorno.

 

Aleksej Nikitin Санитар с Институтской / L’inserviente dall’Institutskaja, 2016, Ljuta sprava

nikitinL’inserviente dall’Institutskaja è il nuovo libro dallo scrittore ucraino russofono Aleksej Nikitin, noto anche in Italia per il romanzo Istemi, edito da Voland. Nella sua nuova storia, Nikitin racconta l’intreccio delle vite di due amici artisti senza successo: il pittore Umanec e il poeta Nezgoda. L’anima fragile di Nezgoda lo porta a più di un ricovero in una clinica pischiatrica, dove lo va a trovare spesso l’amico Umanec, che a sua volta passa intere giornate chiuso nel suo studio nel centro di Kiev. La storia dei protagonisti si intreccia a quella dell’Ucraina, culminando sul Majdan, durante la Rivoluzione del 2014.

 

Serhij Žadan Тамплієри / Tampliery / I templari, Knyhy – XXI, Meridian Czernowitz

zhadanIl più celebre poeta e scrittore contemporaneo ucraino ci regala una nuova raccolta poetica, I templari, in cui sono riuniti testi scritti tra la seconda metà del 2015 e la prima metà del 2016. A differenza del precedente Žyttja Mariji (La vita di Maria), questa nuova prova poetica sembra contenere una nota di speranza, forse perché nel frattempo anche gli ucraini sono cambiati: “39 poesie sulla guerra non annunciata, sul dolore con cui pochi riescono a convivere, sull’amore a cui nessuno può rinunciare e sulla speranza che sostiene tutti quanti”, come l’ha definita lo stesso Žadan. Il libro è impreziosito dalle eleganti illustrazioni del pittore ucraino Oleksandr Roitburd.

Yaryna Grusha

(Italian editing: Maria Grazia Bartolini)

Presentazione del “Principe Giallo” di Vasyl’ Barka

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Il 19 novembre presso la Libreria Zaum di Bari si terrà la presentazione della traduzione italiana del romanzo di Vasyl’ Barka “Il principe giallo. Lo sterminio per fame dei contadini ucraini”, edito da Pentagora.
L’evento è organizzato dall’associazione culturale “Terre di confine”.

A presentare l’opera ci sarà il traduttore e nostro socio . L’incontro sarà introdotto da Olena Nazarenko, presidente dell’associazione “Terra di confine ” .

 

Presentazione del libro di Serhij Žadan Vorošylovhrad

Giovedì 15 settembre a Pordenone si terrà la presentazione del libro di Serhij Žadan Vorošylovhrad (tradotto in italiano da Giovanna Brogi col titolo “La strada del Donbas”) che esce in questi giorni presso la casa editrice Voland.
La presentazione avrà inizio alle ore 18, nell’ambito della grande fiera letteraria Pordenonelegge. Sarà presente l’autore.
Alle 14 è prevista una conferenza stampa.

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Ukrainian Youth – Avere vent’anni in Ucraina

Ukrainian Youth – Avere vent’anni in Ucraina è un progetto documentario a cura di Andrea Castagna e Giulio Gipsy Crespi.

Ukrainian Youth vuole raccontare l’Ucraina dopo la caduta di Yanukovich, attraverso lo sguardo dei ragazzi ventenni che hanno vissuto quella transizione da protagonisti.
Il documentario indagherà su come i giovani ucraini stiano facendo i conti con le conseguenze di quegli eventi, come la loro vita quotidiana sia stata interessata dalla guerra e come immaginano il futuro del loro paese.

https://www.facebook.com/ukryouthfilm?__mref=message_bubble

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È uscita la traduzione italiana dei Dodici cerchi di Jurij Andruchovyč

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È appena uscita presso l’editore Del Vecchio la traduzione italiana del romanzo I dodici cerchi di Jurij Andruchovyč, a cura del nostro socio Lorenzo Pompeo.

Anni Novanta. Karl–Joseph Zumbrunnen, fotografo austriaco di radici galiziane, viaggia attraverso l’Ucraina alla ricerca delle proprie origini, vivendo gli spasmi di una nazione nuova di zecca. Con uno stile incantato e magistrale, Andruchovyc compie un intenso volo notturno geopoetico nel cuore dell’Europa e della nostra identità occidentale.

ISBN: 9788861101661 | Pagine: 346

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Il paesaggio della poesia ucraina contemporanea

Ihor Kotyk

Accingendomi a presentare al lettore italiano la situazione della poesia ucraina contemporanea mi viene in mente un episodio immaginato dal ben noto scrittore russo Viktor Erofeev nel romanzo Il buon Stalin. Il protagonista racconta che una volta, quando era ancora ricercatore presso l’“Istituto di Letteratura Mondiale” dell’Accademia delle Scienze Sovietica, si sarebbe trovato nella necessità di inventarsi una storia della letteratura canadese. Immaginò degli scrittori, dei titoli di opere, delle trame, delle collisioni, e costruì attorno a queste opere inesistenti tutto un discorso… Alla riunione d’istituto dove presentò i suoi risultati, lodarono il lavoro fatto e gli dissero che quella “ricerca scientifica” sarebbe stata stampata nella serie di volumi della sovietica Storia della letteratura mondiale.

Ora sono altri tempi, fra il mondo post-sovietico e quello occidentale non esiste più la cortina di ferro, abbiamo la rete globale di internet. Eppure, per un lettore che non appartiene alla ristrettissima cerchia dei cultori di letteratura ucraina, non sarebbe del tutto facile verificare se chi scrive queste righe non è per caso un ingegnoso inventore di frottole come Erofeev e il suo protagonista. Che ci crediate o no, io non posseggo il talento di Erofeev, per cui vi assicuro che non mi metto ad inventare la letteratura ucraina. Almeno i nomi e i titoli delle opere di cui scriverò non li ho inventati io!

L’argomento che tratterò riguarda la poesia ucraina a partire dal momento in cui l’Unione Sovietica emanò l’ultimo respiro e quello che era “l’unico metodo letterario valido e corretto” – metodo che si estendeva ad un sesto della superficie terrestre! –, ossia il socrealizm, il realismo socialista, divenne cosa inutile. Inizierò quindi dal 1991 per arrivare fino ai giorni nostri.

Guardando all’Ucraina oggi, sembra che in tutto questo tempo, un quarto di secolo, solo i fatti del 2014-2015 abbiano realmente attratto l’attenzione del mondo. L’Ucraina è diventata campo di battaglia fra due mondi che in certi casi vengono rappresentati come rispettivamente la civiltà e l’oscurantismo, la democrazia e l’autoritarismo, in fin dei conti anche la verità e la menzogna. Mentre all’inizio degli anni ’90 il nostro paese divenne indipendente alla chetichella, come un pulcino che sbuca fuori da sotto la gallina, ora risulta del tutto evidente che quella indipendenza era assai effimera, e che la reale battaglia per l’indipendenza vera ha luogo proprio adesso.

Io non sono un politologo né un pubblicista. Non voglio addentrarmi nella retorica della politica e nell’analisi dei processi sociali, soprattutto in un periodo in cui le conseguenze della guerra sono ancora drammaticamente presenti e attuali. Mi limito qui a ricordare che negli eventi dell’inverno 2013-2014 la cultura, e più specificamente la letteratura hanno avuto un ruolo abbastanza rilevante. Migliaia di operatori culturali di ogni tipo hanno partecipato alle manifestazioni. Fra i simboli che hanno più profondamente marcato e dato ispirazione a chiunque partecipasse o anche solo simpatizzasse per le manifestazioni, c’era la figura principale del canone poetico ucraino, Taras Ševčenko, di cui abbiamo celebrato il bicentenario della nascita il 9 marzo 2014, nella settimana in cui si è conclusa la rivoluzione del Majdan. Nella poesia intitolata Testamento, Ševčenko scriveva:

 

Seppellitemi e ribellatevi,

Spezzate le catene,

E del sangue dei nemici impuro

Irrorate la libertà.[1]

 

Il critico Andrij Drozda ha scritto: “Ševčenko rimane fino ad oggi il principale poeta libertario della letteratura ucraina, colui che pone ed esalta la libertà al di sopra di ogni altra cosa”.

Shevchenko

Sul Majdan le parole del “poeta rivoluzionario” si sono alzate dalle pagine della sua raccolta poetica e sono divenute linguaggio vivo rivolto direttamente alla gente. Esse riscaldavano quelli che a 20 gradi sotto zero, sotto il tiro dei cecchini, opponevano resistenza ai miliziani. Una poetessa di Luhans’k, Ljuba Jakymčuk, così definisce il ruolo che il nostro poeta ‘classico’ ha nel mondo contemporaneo: “Ševčenko è uno dei poeti più fortemente legati alla realtà. Lui è fra di noi, nei suoi versi scriveva della nostra realtà”[2].

In realtà, negli ultimi decenni del Novecento, una parte considerevole della poesia ucraina si è allontanata dalla retorica ševčenkiana. All’inizio degli anni ’90, per essere esatti già verso la metà degli anni ’80, le nuove generazioni di poeti si sono rese conto che le finalità civili della parola poetica avevano fatto il loro tempo, si sono distanziate sempre di più dall’impegno politico, hanno proclamato la libertà della poesia, difeso il diritto all’espressione ermetica e alla decostruzione dei fenomeni artistici che le avevano precedute. Un ruolo di primo piano in questo processo di decostruzione lo ha avuto il gruppo letterario chiamato “Bu-Ba-Bu”, incentrato sulle tre personalità di Jurij Andruchovyč, Viktor Neborak e Oleksandr Irvanec. I loro versi ironici e provocatori ammantati di forme ‘classiche’, il continuo gioco parodico con la tradizione assicurarono al gruppo immediata popolarità. Oggi quel tipo di poetica non riuscirebbe più a destare sorpresa in nessuno, ma in quell’epoca ebbe un effetto straordinario, dirompente. Si era aperta improvvisamente una crepa nel tracciato fortemente normalizzato e sostanzialmente sempre prevedibile del modo sovietico di fare poesia, e da quella fessura saltavano fuori dei personaggi che facevano della pazzia il loro modo di essere, si nascondevano dietro una varietà infinita di maschere, non avevano paura di mettersi a nudo. Essi rompevano tutti i tabù, solleticavano le fibre estetiche del pubblico con le loro strofe “Burlesco-Baracconesco-Buffonatesche”: da questo accostamento di parole e concetti veniva infatti la denominazione del gruppo, dal loro carattere legato alla Burla, al Baraccone da saltimbanchi, alla Buffoneria[3]. Impressionavano con la loro abilità a combinare il registro elevato e colto con quello basso e ridanciano, la retorica politico-sociale si fondeva (direi quasi si accoppiava!) con quella popolare ed erotica, la nuova identità post-comunista si confondeva con accenti religiosi.

Negli anni ’90 il terzetto si esibiva molto spesso in teatri e luoghi pubblici, le loro performance godevano di grande popolarità. Poi, col passare del tempo il “Bu-Ba-Bu” smise quasi di organizzare eventi in collaborazione, anche se i singoli bubabisti continuano a lavorare fino ad oggi nel campo della letteratura, e non solo. Molte delle loro poesie sono state messe in musica e sono entrate a far parte del repertorio di gruppi rock famosi che portano nomi fantasiosi come “Il Lamento di Geremia” e “Il gallo morto”. Sono entrati anche a far parte del repertorio del ben noto cantautore e traduttore Viktor Morozov. Il pezzo intitolato Il bacio (Поцілунок), nell’esecuzione del gruppo “Gallo morto” su testo di V. Neborak è entrato a far parte della colonna sonora del film Cold souls (2009).

Bubabu

Neborak e Andruchovyč ancora prendono parte o organizzano progetti musicali, declamano loro composizioni con l’accompagnamento di formazioni rock o jazz (ad esempio i progetti “Neborock”, “Andruchoïd”, “Acquavite”[4]).

Alcune poesie dei “bubabisti” sono state tradotte in italiano da Paolo Galvagni. Il poemetto di Andruchovyč India è stato pubblicato in italiano nel 2001[5]. Michael Naydan, dell’Università di Pennsylvania, ha pubblicato in inglese una raccolta di poesie, intitolata The Flying Head and Other Poems (La testa volante ed altre poesie) di V. Neborak, il poeta che possiede forse il più ampio spettro di sperimentazione stilistica fra tutti i poeti ucraini contemporanei. Le caratteristiche individuali della creatività dei “bubabisti” andrebbero analizzate in uno studio a parte. Mi limiterò qui a citare i versi della poesia Il monumento di Andruchovyč, che già nel titolo rivela il suo rapporto intertestuale con Orazio e Puškin:

 

І навіки застигнемо ми в божевільному Львові

перед Оперним, в центрі. Проспект Бу-Ба-Бу – мов ріка!

І хлопчиська вночі малюватимуть хрін на Сашкові,

і небесна ворона обкрапає Неборака.

 

E nella pazza L’viv, in pieno centro, rigide statue, staremo

Davanti all’opera. Scorre come un fiume il Viale Bu-Ba-Bu!

E di notte i ragazzini dipingeranno un rafano su Saška,

E una celeste cornacchia imbratterà l’effige di Neborak![6]

 

Una maniera stilistica e ironica analoga a quella dei bubabisti caratterizza anche poeti quali Jurko Pozajak, Ivan Lučuk, Nazar Hončar, Volodymyr Cybulko. Si distingue per originalità la poesia cosiddetta “linguistica” di Hončar e Lučuk. Essi appartengono al gruppo denominato “LuHoSad”, che si definisce come “arrièregard”, orientato a valori della tradizione, ma tendente anche ad un ultramoderno minimalismo. Il nome del gruppo, formato dai tre poeti Ivan Lučuk, Nazar Hončar e Roman Sadlovs’kyj, sembra giocare col doppio senso delle sillabe iniziali assonanti con parole che indicano prato, giardino, e possono evocare immagini ludiche.  Le loro composizioni si richiamano alla tradizione barocca della poesia “figurata”, alle sue metafore e ai giuochi fonetici. Secondo questi poeti, scopo della poesia è di aiutare la lingua ad auto-esprimersi. In uno di quelli che si possono definire “manifesti poetici” Hončar (1964-2009) scriveva:

 

чого ми хочемо від поезії?

я – нічого

от тільки щоб вона

заглянувши в очі нам

бачила там

себе

 

Che cosa vogliamo dalla poesia?

io, niente

ecco, solo che lei

guardandoci negli occhi

lì dentro veda

se stessa

Lučuk scrive non solo dei pezzi minimalisti come questo di Hončar. Scrive anche, diciamo, dei sonetti, che addirittura a volte raccoglie in corone. Fra i suoi successi si annovera il più lungo componimento palindromico della letteratura ucraina: conta ben 3333 battute!

Lo scrittore ucraino oggi più popolare è probabilmente Serhij Žadan (n. 1974). Molti dei suoi libri sono stati tradotti in tedesco, polacco, russo, inglese e altre lingue. Il romanzo Depeche Mode, tradotto in italiano da L. Pompeo per i tipi dell’editore Castelvecchi (2009) e uscito nel 2013 anche in America, riprende almeno in parte la poetica e lo stile del “Bu-Ba-Bu”. La fama di Žadan è legata probabilmente soprattutto alla sua abilità di mettere insieme con garbo e semplicità l’ironia e il lirismo, la brutalità e la delicatezza, il tono colloquiale e quello metaforico, immagini religiose e trame criminali, prosa e poesia. Originario delle aree periferiche dell’Ucraina orientale, più precisamente della regione di Luhans’k, nelle sue opere in prosa Žadan descrive la mentalità della gente del luogo che sembra far parte di un mondo straniato e surreale. Anche nelle ultime raccolte poetiche questo tema acquista rilievo e profondità. La raccolta Mesopotamia (2014), amalgama di poesia e di prosa, è particolarmente importante in questo senso, e non a caso ha ricevuto nel 2015 il premio internazionale “Angelus” dedicato agli scrittori dell’Europa Centrale e Orientale.  Una delle composizioni più interessanti di questa raccolta è Lotta selvaggia – il salario dei santi, una poesia ‘a soggetto’ che narra di un incontro di free-fighting: dall’uso di alcune immagini bibliche è evidente che uno dei combattenti è Gesù in persona. All’inizio il Salvatore sembra soccombere, ma poi non si sa se per il sostegno del pubblico o per l’intervento di Dio-Padre o dello Spirito Santo, Gesù prende il sopravvento sul giovane scaricatore:

 

І юний вантажник, вилітаючи із життя,

встигає йому подякувати, тішачись, мов дитя,

мовляв, блажен, хто вірить

у спасіння і забуття.

 

 

E il giovane manovale, volando via dalla vita,

Riesce ancora a ringraziarlo, consolato, come un bambino,

Come a dire, beato colui

Che crede nella salvezza e nell’oblio.

 

Così, un Cristo desacralizzato e crudele aiuta un uomo a conoscere, al prezzo della propria vita, le virtù cristiane dell’umiltà e della riconoscenza. Non c’è forse altro modo per convertire qualcuno alla Grazia? Forse Žadan ci vuole dire che solo così si può esercitare un’influenza sui connazionali, ad esempio su quella specie di violenti combattenti del club di Charkiv chiamato “Il Baluardo”? La poesia è stata scritta prima dell’Euromajdan, prima che, nel gennaio-febbraio 2014, “Il Baluardo”[7] iniziasse la sua azione di lotta violenta contro la rivoluzione del Majdan a Kiev e a Charkiv. E fu durante uno di questi attacchi che quei “combattenti” picchiarono e ferirono Žadan. Nei suoi versi più recenti, pubblicati nel 2015 nella raccolta Vita di Maria, lo scrittore fa spesso riferimento a quello che succede nell’Est dell’Ucraina.

 

Zhadan

Serhii Žadan ferito a Charkiv

 

Accanto alla tradizione ironica si è rapidamente creata una fiorente corrente di poesia seria, rappresentata dai componimenti di Vasyl’ Herasym’juk, Ihor Rymaruk (1958-2008), Pavlo Vol’vač, Ivan Malkovyč, Konstjantyn Moskalec’, Marianna Kijanovs’ka, Halyna Kruk, Oleh Solovej, Oleh Korotaš, Jurij Bedryk, Ihor Pavljuk. Il poeta più carismatico è certamente Vasyl’ Herasym’juk: autore di numerose raccolte, ancora in epoca sovietica egli sapeva abilmente inserire nella codificazione poetica dei suoi testi motivi legati alla critica del sistema, aggirando la censura senza ledere il testo poetico. Poco incline alla funzione meditativa della letteratura, Herasym’juk ricorre spesso a motivi biblici e storici, fa della sofferenza e della morte argomenti privilegiati d’ispirazione, dando così piena giustificazione alla definizione di “poeta delle cose ultime” che di lui ha dato Viktor Neborak. E in verità sarebbe difficile trovare un altro poeta contemporaneo così fortemente radicato nella storia della sua gente e nella narrazione delle storie di famiglia. Alla regione d’origine dei suoi antenati, il villaggio carpatico di Pokurava, dove ha trascorso l’infanzia, il poeta dedica questi versi:

Я вірші пишу

вночі в Прокураві,

я вірші пишу

в татовій хаті,

доки сидять

під стіною на лаві

мої предки

вбиті й потяті.

 

Scrivo versi

di notte a Prokurava,

scrivo versi

nella casa del babbo,

finché stan seduti

alla parete sulla panca

gli avi miei

uccisi e massacrati.

 

“Uccisi e massacrati” perché facevano parte delle formazioni partigiane che si sono battute contro i sovietici nella guerriglia di resistenza continuata, nell’Ucraina occidentale, per molti anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nella poesia Non so chi fosse quello che li aveva guidati… (Я не знаю того, хто привів), viene semplicemente narrata la storia di un giovane combattente ferito che viene accolto in una casa contadina: mentre i contadini tagliano il fieno e il soldato dondola la culla del neonato, arriva uno squadrone punitivo. Il poeta non descrive lo stato psicologico ed emotivo del soldato ferito, riferisce solo i nudi eventi:

 

Він побачив того, хто привів,

ще крізь ліс, ще ніхто не гримів,

ще дитя встиг він розколисати,

і на себе – коц, ліжник, рядно,

щоб постріл не вчуло воно…

 

Vide quello che li aveva guidati lì

già attraverso gli alberi, nessuno gridava ancora,

fece ancora in tempo a far dondolare la culla,

poi si mise in capo la coperta, il materasso e la trapunta,

che il bambino non sentisse le sparo…

 

Sicuro che lo avrebbero atteso la tortura e la morte, il soldato spinge la culla in modo che si muova velocemente, e poi si spara alla testa. Il poeta non dice che si tratta di un partigiano e non dà alcun particolare che potrebbe far capire a quale organizzazione della resistenza egli appartenesse. Come avviene spesso nelle opere di Herasym’juk, egli lascia al lettore il compito di ricreare un ambiente e una storia basandosi sul contesto di tutta la sua poetica. Pur traendo la sua materia da testimonianze documentarie, il poeta trasforma una situazione particolare in un problema generale, la estrapola dalla realtà fattuale e fa del caso specifico una questione esistenziale: al centro della riflessione poetica non è qui il suicidio in sé, ma il dramma del tradimento e l’impossibilità di pensare che, con il suicidio, si possa cancellare il futuro.

Spesso Herasym’juk descrive in una stessa opera fatti accaduti in tempi e luoghi diversi: nella sua poetica non sono importanti i principi classicistici e la logica di un intreccio, vale solo la logica delle emozioni. Scarti cronologici e spaziali sono ben visibili ad esempio nella struttura del mistero Jezavel’ (Єзавель), nel poema Novella Kieviana (Київська повість) e in varie altre composizioni. A questa poetica si ispira anche una delle più recenti raccolte, che porta il titolo significativo di Poeta nell’etere (Поет у повітрі). È soprattutto questa caratteristica che ci permette di considerare Herasym’juk come un poeta moderno e complesso, anche se i fatti e i temi delle sue opere sembrano appartenere ad un’epoca lontana.

 

Herasimiuk

Herasym’juk

 

Alla stessa cerchia di poeti che si servono del verso sillabo-tonico appartiene Taras Fed’juk. Apparentemente egli sembra opporsi all’uso del verso libero, tuttavia – anche se appare strano – il suo modo di scrivere versi con rima contengono un tasso di libertà non minore di quelli del verso libero. Improvvise fratture semantiche interrompono gli ampi ritmi fonici dei suoi versi, il poeta tralascia alcune parole, interrompe certe frasi a metà, ignora l’ordine convenzionale delle parole nel discorso: in realtà, formalmente non esistono né le parti del discorso né singole unità sintattiche, ci troviamo di fronte ad un flusso di parole rimate spezzato in righe. Motivi principali della sua poetica sono lo scetticismo, l’autoironia, la sensazione di nostalgia e stanchezza, l’oblio, l’impossibilità di esprimersi e la fuggevolezza del tutto. Nella poesia vennero le piogge e alla fine il mezzodì si fece zuppo (пішли дощі і південь нарешті намок…), l’iniziale paesaggio indefinito si proietta poi sullo stato interiore del soggetto lirico, si materializza nell’immagine di una barca da diporto (un’allusione al Bâteau ivre di Rimbaud?) che si arena sulla riva, e alla fine porta il poeta ad un bilancio impietoso (anche in questo non lontano da Rimbaud) della propria vita, che egli definisce “batuffolo di cotone fra le finestre”, “immotivato talento”. In un altro componimento Fed’juk interroga lo specchio:

 

люстро-люстерко скажи

до якої точно дати

буде цей федюк мордатий

вранці в тебе зазирати?

 

dimmi specchio-specchietto

fino a che data esattamente

questo muso di fedjuk

la mattina ti guarderà?

 

Nell’ultima strofa la domanda viene così riformulata:

 

до якої цей мордатий

дати буде вам брехати

що він хоче все це знати

 

fino a che data a questo

sarà dato muso di darvi a intendere

che proprio sapere lui lo voglia

 

È evidente in questi versi il sottotesto della ben nota favola di Aleksander Puškin, solo che nel classico russo le parole citate erano uno scongiuro rivolto allo specchio magico perché dicesse qual era la dama più bella, mentre in Fedjuk al posto della dama sta la morte.

 

Lo spazio poetico ucraino dell’ultima decade del XX secolo si è ampliato considerevolmente grazie alla pubblicazione dei poeti precedentemente perseguitati e costretti al silenzio, e dalla riflessione sulla loro opera. Intendo qui presentare non tanto la poesia dei dissidenti, nei quali la componente ideologica era più importante della ricerca artistica, quanto quella centrata sull’elaborazione di forme estetiche, in particolare i poeti della cosiddetta Scuola di Kiev (Vasyl’ Holoborod’ko, Mykola Vorobjov, Vasyl’ Kordun,  Vasyl’ Ruban), e quelli stilisticamente vicini a loro: Valerij Illja, Stanislav Vyšens’kyj, Ihor Kalynec, Oleh Lyšeha, Hryhorij Čubaj. In questo contesto ricordiamo anche i poeti della diaspora ucraina, soprattutto il cosiddetto Gruppo di New York: Jurij Tarnavs’kyj, Vira Vovk, Emma Andijevs’ka, Bohdan Bojčuk, Bohdan Rubčak, Roman Baboval e altri. La maggioranza di questi autori scriveva poesia in versi liberi già dagli anni Sessanta ed ha raggiunto livelli di qualità poetica rilevante. Tuttavia le loro opere iniziano solo ora a penetrare nel pubblico dei lettori ucraini della madrepatria: essi sono rimasti ignoti al vasto pubblico dei lettori prima perché la censura sovietica ne proibiva la circolazione, poi anche per l’inerzia della tradizione poetica generalmente accettata. Alcuni di questi poeti sono stati pubblicati e tradotti in qualche paese europeo e in America. Ricordiamo in particolare alcune raccolte di Ihor Kalynec stampate in Polonia, Germania e Francia, alcune di Vasyl’ Holoborod’ko e Mykola Vorobjov pubblicate in Canada e in Brasile, e quella di Oleh Lyšeha uscita negli Stati Uniti.

Nel 2000 la raccolta The Selected Poems of Oleh Lyšeha ha ricevuto il Premio del PEN Club per la poesia tradotta. Pur avendo scritto solo alcune decine di poesie, una pièce teatrale e una serie di saggi, Lyšeha godeva della reputazione di una specie di incarnazione della poeticità. È morto nel 2014. Della specificità della sua poetica si può farsi un’idea anche dalla lettura di un brano scritto da lui stesso, in cui egli confronta la sua maniera e la sua scrittura con quella dei compagni della Scuola poetica di Kiev: “C’era un tempo in cui i poeti della Scuola di Kiev evitavano persino di far leggere gli uni agli altri i versi che scrivevano, in modo da non prendersi gli uni le immagini poetiche degli altri. Coltivavano la segretezza, si rinchiudevano in se stessi. Nella mia poesia però non ci sono immagini, non c’è niente da rubare. Se un ladro entra nel mio pollaio, ci si perde subito. O non scorge alcuna immagine, o gli sembra che tutte le galline siano strane. Egli non saprebbe cosa fare.” In Lyšeha quasi non si trovano metafore esplicite, perché le metafore hanno l’apparenza di frasi usuali. Nei suoi versi lunghi e distesi, simili a prosa, Lyšeha parla a nome di un ipotetico narratore esterno, non esiste quello che si definisce “soggetto lirico”. La sua poesia è priva di soggetto lirico, di eventi, di didatticismo e di impegno civile, ossia di quello che fino a poco tempo fa caratterizzava la poesia ucraina. Lyšeha scrive di cose molto concrete, afferrabili, e – fatto assai particolare – del mondo degli animali. Nel suo “pollaio poetico” è difficile riscontrare indicazioni che permettano di individuare il paese, l’epoca o il contesto sociale e nazionale da cui le poesie sono scaturite.

 

Lysheha

Lyšeha

 

Fra i poeti della diaspora si distingue per originalità e pregnanza poetica Jurij Tarnavs’kyj (nella grafia americana: Yuriy Tarnawsky). È uno scrittore bilingue, la prosa inglese è stata stampata negli Stati Uniti, la poesia è quasi tutta in ucraino ed è apparsa in Ucraina dopo il 1991. I romanzi e racconti (Meningitis, Three Blondes and Death, Like Blood in Water, Short Tails, The Future of Giraffes, View of Delft, Crocodile Smiles) godono di notevole fama presso gli amanti della lettura non commerciale, così come anche le due raccolte di poesie scritte in inglese Modus Tollens e This Is How I Get Well. Uno dei suoi racconti inglesi è entrato a far parte della selezione The & Now Awards: The Best Innovative Writing. Profondamente innovativa e sperimentale è anche la sua poesia ucraina, che possiede una forte carica esistenziale. Della ventina di raccolte in ucraino, una buona parte è organizzata secondo principi che seguono una precisa concezione concettuale e formale. Le più originali sono Questionari (Анкети) e Senza la Spagna (Без Еспанії). Notevole è anche la raccolta Poesie sul nulla (Поезії про ніщо). Sarebbe difficile trovare altri che abbiano così profondamente e consapevolmente rinnovato e modernizzato la poesia ucraina del XX secolo come lo ha fatto Tarnavs’kyj. Non è un caso che sia questo l’unico poeta che ha richiamato l’attenzione della critica italiana, grazie ad un’eccellente e approfondita analisi della sua opera[8].

 

Tarnavsky

 

Molti ucraini sono emigrati in Europa e in America dopo la caduta dell’URSS, arricchendo quindi la diaspora di nuovi poeti. Sono così numerosi che pochi anni fa è già stata pubblicata un’antologia delle nuove generazioni di poesia dell’emigrazione. Il primo nome che si presenta alla mente è quello di Vasyl’ Machno (Василь Махно): i suoi versi sono stati pubblicati in raccolta sia in ucraino che in traduzione inglese. Non meno rilevanti sono i versi di Marija Šun’ e Oksana Lucyšyna. Per i molti elementi mistici e la riccezza di simboli, le prime poesie di Machno, scritte ancora negli anni ‘90, vengono a volte considerate come neosimboliste o ermetiche. Le opere posteriori, scritte già a New York, sono più trasparenti, legate al quotidiano, a volte ironiche, offrono una rivisitazione poetica della biografia e geografia mentale dell’autore. La poesia di Marija Šun’ si distingue per la disamina di temi sociali e legati all’attualità, come ad esempio nella raccolta ONU (OOH). Non mancano il terrorismo, il giuoco elettronico, i problemi ecologici, ma la poetessa ama anche creare puri giuochi linguistici ed attingere alle radici della tradizione folclorica. Fortemente influenzata dalla cultura americana è la creatività di Oksana Lucyšyna: la sua raccolta Ascolto la canzone dell’America (Я слухаю пісню Америки) è costituita da una serie di poesie ironiche sulla relazione fallita del soggetto lirico, ossia la protagonista ucraina, con un fidanzato americano.

Sono sate pubblicate negli Stati Uniti anche le opere di alcuni poeti che vivono nella madrepatria. Nel 2014 è apparsa presso l’editore “Underground Book” la raccolta Laught Poems di Volodymyr Bilyk che, in questa fase poetica, sviluppa i modi della scrittura asemica e della poesia visuale nel solco della tradizione dell’avanguardia storica.

Nel primo decennio del XXI secolo molti nuovi nomi hanno cambiato il volto della poesia ucraina. Se vogliamo individuare qualche tendenza generale del suo sviluppo possiamo rilevare in primo luogo un processo di avvicinamento fra un vettore conservativo ed uno avanguardista, fra l’orientamento verso una versificazione ‘classica’, tradizionale, seria, ed una innovativa e sperimentale. Sia pur lentamente va decrescendo l’uso del verso sillabo-tonico e si sviluppa invece il verso libero e quello accentuativo. Molto rara è la poesia in prosa. In certi casi il sillabo-tonismo diviene oggetto di parodia, ad esempio per Taras Antynovyč e Oleh Šynkarenko. In Ucraina si legge molta poesia, ma va detto che i gusti del pubblico ampio cambiano più lentamente di quelli degli specialisti e della critica: la maggior parte dei lettori ritiene che, anche per la sua metrica, un poeta come Lina Kostenko meriterebbe più di ogni altro il premio Nobel per la letteratura – un riconoscimento che fino ad ora non è mai stato conferito ad uno scrittore ucraino.

 

Fra i poeti più originali dell’ultimo quindicennio meritano di essere ricordati Olena Husejnova, Kateryna Kalytko, Pavlo Korobčuk, Oleh Kocarev, Jurij Kučerjavyj, Oleh Romanenko, Ostap Slyvyns’kyj, Illja Stronhovs’kyj, Oleksandr Fraze-Frazenko, Ljubov Jakymčuk, Oles’ Barlih. Originari di varie regioni dell’Ucraina, dalla Galizia fino al Donbas e al Zaporižžja, la metà di loro vive a Kiev e svolge la propria attività in sfere concomitanti con l’attività poetica: traduzione, giornalismo, musica, design, organizzazione e realizzazione di eventi artistici.

Particolarmente riuscite sono le poesie a soggetto di K. Kalytko, spesso ispirate a realismo magico. La raccolta Camera di tortura. Vigneto. Casa è stata valutata come la migliore raccolta poetica dell’anno 2014 nel concorso organizzato dal sito “LitAkcent”. La poetessa crea metafore molto precise, possiede uno sguardo acuto e distanziato, e risolve abilmente il dilemma fra verso rimato e verso libero ricorrendo con coerenza all’uso di rime inesatte, come fa spesso anche il già menzionato Serhij  Žadan.

La scrittura di Ostap Slyvyns’kyj per certi versi si avvicina a quella di K. Kalytko: la stessa distanza della voce dell’autore che rende l’io lirico piuttosto oggetto che soggetto, la stessa ineffabilità, la stessa impressione del “non detto”, anche se Slyvyns’kyj crea l’atmosfera di mistero a spese della riduzione del soggetto e ricorrendo invece all’uso frequente di concetti  dotati di alto grado di astrazione quali l’ombra, la luce, la tenebra, e simili.

A sua volta Olena Husejnova si avvicina a Slyvyns’kyj per l’assenza di emotività, il rifiuto di mettere in mostra i nervi nudi, l’abilità di tenere distinto il verso libero da una semplice prosa spezzata dagli a capo, la sensibilità stilistica. D’altra parte, il mondo poetico di O. Husjnova è ancorato alla terra, materiale, molto più concreto.

Assai diverso è il discorso di P. Korobčuk e I. Stronhovs’kyj, i cui testi si distinguono per varietà tematica e formale. La raccolta di poesie del primo, che porta l’eloquente titolo di Кайфологія (Sballologia), è incentrata sul tema dello sballo e dell’esperienza traumatica che lo segue, concepita come il rovescio della medaglia del godimento. Amore e alcol, eccesso e miseria, depressione e illuminazione, serenità e impotenza creativa, protesta e solidarietà, sono questi i poli fra i quali corre l’energia poetica delle opere di Korobčuk. Una delle conclusioni a cui giunge il poeta recita: “lo sballo non è più dolce del dolore che segue le rivelazioni da lui provocate”. Alcune sue poesie sono state tradotte in italiano e pubblicate dell’antologia Made in Ukraine, curata da Paolo Galvagni.

Oleh Kocarev, come anche Stronhovs’kyj e Ljuba Jakymčuk, sono più vicini alla tradizione futurista. Il primo è legato al lirico e malinconico O. Romanenko dall’inclinazione a mettere in evidenza fenomeni assurdi. Fra le poesie più note di Kocarev è il lungo componimento in versi liberi Engels nello stesso fiume, ironica parodia di un pop-schlager ucraino costantemente ripetuto in una mensa popolare, basato sul motivo eracliteo che “non entri due volte nello stesso fiume”.

Anche Oles’ Barlih dedica notevole attenzione al tema della satira nei confronti della cultura pop, e dell’industria mediatica e cinematografica. La raccolta La goduria di una morte virtuale (Насолода уявної смерті), che si può considerare come appartenente al genere della poesia cosiddetta di attualità, riproduce lo specifico stato di consapevolezza di un fruitore della contemporanea produzione cult. In una poesia si parla del grande successo I can feel your heartbeat di Enrique Iglesias, una canzone-vampiro, come la definisce il poeta. Sotto l’influenza del primo verso della canzone che si ripete senza sosta nella sua testa, il protagonista lirico viene assalito dall’idea che il suo cuore è un radar e che questa circostanza anomala verrà scoperta. Quando però si rende conto che non importa niente a nessuno di questo fatto, gli viene un altro sospetto: forse il suo cuore non è normale? è difettoso? Il componimento diviene allora un “godimento doloroso” dal quale è difficile liberarsi.

Ju. Kučerjavyj e O. Fraze-Frazenko sono legati da una vera amicizia nella vita, ma caratterizzati da una poetica molto diversa. Filosofo e culturologo, organizzatore di eventi e incontri letterari, Kučerjavyj è estremamente razionale e programmaticamente scrive solo di temi di significato generale e sociale, che non riguardano la propria persona. Fraze-Frazenko è invece musicista, suona vari strumenti, è anche traduttore e regista cinematografico. Attualmente prepara una serie di film documentari sui poeti ucraini della seconda metà del XX secolo, il cui primo risultato già concluso è il film “Čubaj”, dedicato al ben noto poeta. La poetica di Fraze-Frazenko si ispira alla spontaneità e all’irrazionalità, per lui è certamente più importante l’analisi del proprio inconscio che quella di carattere sociale. Accomuna i due poeti l’originalità e la distanza dai modelli del mainstream.

 

Lo stesso vale per alcuni poeti che hanno già una notevole esperienza, quali i cinquantenni  Vasyl’ Slapčuk, Vitalij Boryspolec’ e Viktor Šylо. La poetica di Šylo si ispira spesso a correnti surrealiste e alla filosofia orientale, più specificamente il Buddhismo Chan. In alcune sue poesie si riflettono alcuni eventi traumatici della storia recente dell’Ucraina, come in questi versi incentrati sulla catastrofe di Čornobyl’:

 

Червоний прапор майорить.

Яскравий, чистий колір.

Як і у крові всіх трудящих.

(Це у панів вона блакитна.)

І тільки мешканці Загубленого Світу

мають білу кров,

яка невдовзі стане

прозорою водою Прип’яті.

 

Sventola la bandiera rossa.

Brillante, colore puro.

Come il sangue di tutti i lavoratori.

(I signori hanno il sangue blu.)

E solo la perduta gente del Mondo Perso

Ha il sangue bianco,

che si tramuterà presto

nell’acqua tersa del Prypjat’.

Boryspolec’ scrive a volte in versi liberi che sembrano rispettare la tipologia dei metri ‘classici’: ascetici nella forma, aforistici, privi di materialità, incentrati su questioni filosofiche atemporali. Le sue metafore sono precise, a volte improntate anche alla razionalità.

In certi periodi V. Slapčuk segue le stesse tendenze di Boryspolec’, ma in genere il suo diapason di genere e stile è assai vario, va dalla poesia lirica a quella sarcastica, ed anche alla prosa. Traumatizzato dall’esperienza dell’inferno afgano, Slapčuk sembra incapace di progredire autonomamente verso nuove forme espressive, non concedendo alla letteratura un ruolo di eccessiva serietà, quasi considerasse la sua scrittura un giuoco, anche se non priva di riflessione e impegno. Ecco alcune sue brevi composizioni:

 

Цілячись,
дихання затамував.
Уже й бій скінчився,
а він – не дихає

***

правильна людина
все одно
що
годинник
у якого стрілки
завжди
під прямим
кутом

***

мужі
кидайте воювати
достатньо
тієї крові
що жінки проливають

 

Prese la mira

trattenendo il respiro.

La battaglia è già finita,

ma lui non respira.

***

una brava persona

non importa

che sia come

un orologio

con le lancette

ad angolo

sempre

retto

***

uomini

smettetela con la guerra

basta

il sangue

che versano le donne

 

La tematica della guerra domina una delle raccolte più interessanti di Slapčuk, Contro la corrente dell’erba (Навпроти течії трави, 2001), scritta alternando verso libero, prosa e sillabo-tonismo: un’analoga combinazione di forme in un’unica raccolta era stata praticata nel poema Amore in tre tempi (Любов у трьох часах) di Bohdan Bojčuk, rappresentante della Scuola di New York, traduttore di David Ignatow, Stanley Kunitz, Edward Estlin Cummings e Samuel Beckett. Nella tragica assurdità della guerra, l’eroe lirico della raccolta di Slapčuk sperimenta una serie di rocambolesche metamorfosi: aggressore e vittima, ora spara ora si fa prendere dall’angoscia e si tormenta, ondate di malinconia amorosa vengono sopraffate da ondate di rabbia, l’amicizia si trasforma in offesa, scene fattografiche si tramutano in incubi d’insania. Non capisci se la figura in bianco che sta accanto al letto è un’infermiera o la morte. I personaggi sono talmente simili a spettri che gli dovresti sparare addosso per capire qual è un bersaglio da tiro a segno e quale un essere umano. E non c’è modo di distinguere se le parole e i lamenti vengono dalla propria testa o da un’altra persona. Il mondo diventa simile ad una clessidra: “va capovolta dalla testa ai piedi per far muovere il tempo”.

 

 

Slapchuk

Slapčuk

 

Da quando nel 2014 si è inasprita la contrapposizione fra i manifestanti di Majdan e il governo di allora, e poi è scoppiata la guerra russo-ucraina, le tematiche belliche sono divenute più frequenti anche nei poeti delle generazioni più giovani. Oltre alla già menzionata Vita di Maria di Žadan, vale la pena soffermarsi sul libro Albicocche del Donbas di Ljubov Jakymčuk, in particolare sul ciclo Disintegrazione (Розкладання), in cui il tema della guerra è centrale. La poetessa, i cui genitori “vivono sulla linea del fronte”, evita ogni retorica pubblicistica e sentimentale, rappresenta la guerra come conseguenza della propaganda e come manifestazione della crudeltà umana che si autoalimenta. I versi sono drammatici, ma le immagini precise e parsimoniose. Il potenziale espressivo delle poesie del ciclo Disintegrazione si raddoppia quando i versi vengono recitati dall’autrice stessa con l’accompagnamento di un contrabbassista di grande talento come Mark Tokar, che ha suonato con Ken Vandermark, Bobby Few, Perry Robinson ed altri. L’album prodotto da Jakymčuk e Tokar, che porta anch’esso il titolo di Albicocche del Donbas, è scaricabile dalla piattaforma bandcamp.com, un  assaggio è accessibile su Youtube.

 È difficile dire quale sarà l’evoluzione della poesia ucraina in futuro, ma si può dare per certo che un futuro ci sarà. E questo  non è poca cosa. Non si dovrà dimenticare, infatti, che la storia della letteratura ucraina, nell’Ottocento, è passata attraverso decenni in cui la stampa di libri ucraini era proibita e, nel XX secolo, ha conosciuto molti anni in cui gran numero di scrittori è stato eliminato fisicamente (nel 1937, in un solo giorno, vennero fucilati più di cento dei migliori  intellettuali dell’Ucraina, per lo più scrittori) o condannato a lunghi lustri di detenzione – non di rado letali – nei gulag, semplicemente perché scrivevano in ucraino. La storia della poesia ucraina è anche la storia del terrore scatenato contro tutti coloro che volevano mantenere in vita e assicurare la normale evoluzione della letteratura e del pensiero in un contesto culturale e linguistico che riflettesse la specificità ucraina, quale si era formata in molti secoli di storia. La lotta per la “ri-creazione” della lingua e della letteratura ucraina ha portato a risultati sorprendenti e fortemente innovativi nella poesia dell’Ucraina indipendente. È grande la varietà degli approcci stilistici ed esistenziali, delle scelte versificatorie e tematiche. Molte vie su cui si incamminano i giovani poeti sono ancora sperimentali. Le traumatiche esperienze della guerra iniziata nel 2014 con l’aggressione alle frontiere sud-orientali del paese da parte di un altro paese che suole chiamarsi “fratello” hanno avuto un’eco straordinariamente ampia nella creatività poetica a tutti i livelli, da quello più colto e raffinato, a quello più ampio dell’emotività delle masse. La poesia, come sempre nella cultura ucraina, riflette gli eventi e le emozioni da essi provocati. L’evoluzione della letteratura, e della poesia in particolare, riflette anche la maturazione della vita intellettuale e della coscienza identitaria di una nazione, che si riconosce non più solo nella lingua e in alcuni miti del passato, ma in una moderna e matura consapevolezza civica e nel desiderio di una statualità basata sulla legalità e la rappresentanza democratica.

Com’è noto, la poesia di Ševčenko viene percepita dagli ucraini come l’espressione più alta e completa della propria identità culturale e nazionale. Nella più emblematica delle sue poesie, il Testamento, egli dava voce alla sfida più audace, quella della “lotta con Dio”, con i famosi versi che ricordano i motivi della rivoluzione francese e del Risorgimento:

 

Як [Дніпро] понесе з України

У синєє море

Кров ворожу… отойді я

І лани, і гори –

Все покину, і полину

До самого Бога

Молитися… а до того

Я не знаю Бога.

 

Quando [il Dniprò] avrà portato

Il sangue nemico dall’Ucraina

All’azzurro mare… allora soltanto

Lascerò tutto, e campi e monti,

E volerò fino all’Altissimo

Per pregare… Ma prima d’allora

Io non conosco Iddio.

 

Non meno veri, e non meno assertivi, sono questi versi i cui Ševčenko riconosce nella dignità e nella giustizia gli ideali universali che indicano la via della verità e della civiltà ad ogni individuo ed ogni comunità umana:

 

А люде виростуть. Умруть

Ще незачатиє царята…

І на оновленій землі

Врага не буде, супостата,

А буде син, і буде мати,

І будуть люде на землі.

 

Risorgeranno gli uomini. Periranno

I re prima d’essere concepiti…

E sulla rinnovata terra

Non vi sarà più il despota maligno,

E ci sarà il figlio, e sarà la madre,

E ci saranno uomini sulla terra.

 

Laddove la parola “uomini” condensa tutti gli ideali di libertà e dignità che dovrebbe avere l’essere umano nel senso più completo e universale della parola.

(Traduzione dall’ucraino di Giovanna Brogi)

 

[1] Traduzione italiana da: G. Brogi, O. Pachlovska, Taras Ševčenko. Dalle carceri zariste al pantheon ucraino, Milano 2015, p. 135.

[2] “Український журнал”, 2014, № 3.

[3] In ucraino: Бурлеск-Балаган-Буффонада. [N.d.T.]

[4] In ucraino “Самогон” (Distillato fai da te), che in realtà designa la vodka fatta in casa (in modo ovviamente illegale). [N.d.T.]

[5] Traduzione di L. Pompeo e G. Kowalski, “Pagine”, XII, 2001, 32, pp. 25-27.

[6] I versi sono stati scritti nel 1990, prima dell’indipendenza, quando a Leopoli, davanti all’Opera, in centro, stava ancora la statua di Lenin, che venne abbattuta pochi mesi dopo. Poco più in là venne costruita nel 1993 una statua di Ševčenko. Quando Andruchovyč scriveva questi versi era già stato varato il progetto per la costruzione della statua del poeta nazionale. È evidente il valore dissacratorio, ma anche simbolico che il poeta attribuisce alla sostituzione delle statue di Lenin, ma anche di Ševčenko, con quelle dei bubabisti. E comunque anche queste saranno imbrattate dalle cornacchie! [N.D.T.].

[7] Sotto la guida di Evgenij Žilin, l’organizzazione “Oplot”, che si opponeva alle manifestazioni del Majdan, nella primavera del 2014 si trasformò in un battaglione militare, si unì al battaglione ceceno chiamato “Morte”, al battaglione “Oriente” e alla “Armata russa ortodossa”, e divenne parte integrante dell’esercito della “Донецкая Народная Республика” (Repubblica Popolare di Doneck). Il battaglione “Baluardo” ha preso parte a molti combattimenti nelle aree di guerra sul confine con la Russia e attorno a Doneck (in particolare alla battaglia che, dall’estate del 2014 alla primavera del 2015, ha completamente distrutto l’aeroporto). [N.d.T.]

[8] Maria Grazia Bartolini, “Nello stretto triangolo della notte…”. Jurij Tarnavs’kyj, il Gruppo di New York e la poesia della Diaspota ucraina negli USA, Lithos editore, Roma 2012.

 

Ihor Kotyk è ricercatore presso l’Istituto Ivan Franko dell’Accademia delle Scienze Ucraina. Scrive di letteratura ucraina contemporanea per LitAkcent e Bukvoiid. Nel 2009 ha pubblicato una monografia sulla poesia di Jurij Tarnavs’kyj, Ekzystencijnyj vymir u poezij Jurija Tarnavs’koho.

Da Lenin a Lennon: Un viaggio nella nuova Ucraina

02daleninalennon-1-700x400Da Lenin a Lennon è il progetto di un film documentario sull’Ucraina contemporanea vincitore del bando Fuorirotta.

I tre filmmaker ideatori del progetto a settembre andranno in Ucraina a filmare le strade e le piazze un tempo intitolate a Lenin e alla Rivoluzione d’Ottobre, per cercare di capire come si confronta la gente con il passato sovietico e con i cambiamenti degli ultimi venticinque anni.

È uscita la traduzione italiana del Principe giallo di Vasyl’ Barka

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È  uscita la traduzione italiana del Principe giallo di Vasyl’ Barka (1962), il primo romanzo ucraino dedicato al tema del Holodomor. La traduzione italiana, a cura del nostro socio Alessandro Achilli, è la terza a comparire in una lingua occidentale dopo quella francese, uscita per i tipi di Gallimard nel 1981, e la più recente versione tedesca di Maria Ostheim-Dzerowycz (Kiev: Jaroslaviv Val, 2009).
V. Barka, Il Principe giallo, Pentagora, 2016, 309 pp.
Per eventuali ordini: ordini@pentagora.it, tel: 019-811800

Nel grande libro dei genocidi e delle atrocità contro i popoli, scritto con dedizione per tutto il XX secolo, un posto va riservato allo sterminio dei contadini ucraini che non si erano piegati alla collettivizzazione forzata, condannati alla fame dal regime sovietico negli anni 1932-33. C’è chi riferisce due milioni di morti, chi molti di più.

Holodomor (morte per fame) è il nome corrente di questa tragedia, ancora misconosciuta in Italia. La racconta Vasyl’ Barka, poeta, scrittore ucraino, testimone diretto, nel romanzo Žovtyj knjaz’ (Il principe giallo) attraverso la storia di una famiglia.