Tre guerre così diverse

Yaryna Grusha

Negli ultimi anni gli scrittori ucraini hanno cercato ognuno a modo suo di dare la propria opinione sulla situazione ucraina attuale. Questa rinnovata attenzione alla realtà politica e sociale ha promosso anche una riflessione su concetti improvvisamente resi attuali dagli eventi degli ultimi tre anni: guerra, sfollati, reduci, trauma post bellico, confini, patria, separatismo, lingua madre. Tra le ultime novità editoriali abbiamo scelto tre romanzi che parlano della guerra, un tema che domina l’esistenza odierna degli ucraini.

 

Zhadan

Il libro più atteso del 2017 era, senza alcun dubbio, il romanzo sulla guerra del più celebre scrittore ucraino, Internat (Il Convitto) di Serhii Zhadan. Il libro, di cui si è molto parlato ancor prima della sua pubblicazione, anche in virtù dell’aura profetica di cui gode il suo autore, da tempo impegnato in attività benefiche nelle zone di guerra, in realtà ha sollevato più domande che risposte. Già dal secondo capitolo, lo Zhadan di Voroshilovgrad (La Strada del Donbas, Voland, 2016) e Mesopotamia svanisce, ed il lettore si trova al cospetto di una inedita variante della prosa del suo scrittore preferito: veloce, secca, priva delle abituali metafore zhadaniane, ricca di dettagli visivi. Sembra quasi la sceneggiatura di un film, divisa in scene, e scritta tra viaggi volontari nel Donbass, la casa dello scrittore a Kharkiv, il tour con la rock band “Sobaky v kosmosi” e, non ultimo, il solitario lavoro dello scrittore. La realtà ucraina è definita un “convitto” (Internat), un posto dove tante persone senza radici vengono sistemate e poi abbandonate, un posto dove il trentacinquenne protagonista Pavlo, un insegnante di lingua ucraina, va a recuperare nipote Sasha, il figlio della sorella gemella rimasto oltre la linea del conflitto nell’est dell’Ucraina. Da quando è scoppiata la guerra, Pasha (diminutivo di Pavlo) non ha mai preso le parti di nessuno. Un po’ come nella sua vita, dove non ha mai preso le parti di nessuno, non ha mai avuto la passione verso qualcosa, nemmeno per il suo lavoro. E proprio di questo verrà accusato da Nina, la giovane insegnante del convitto, secondo la quale l’indifferenza e l’ignoranza di tanti come lui hanno reso possibile la situazione bellica attuale. Questi tre giorni di viaggio rappresentano un ideale percorso di iniziazione che dovrà far cambiare idea a Pasha, ma anche a tutti i lettori che fino adesso hanno evitato di schierarsi. In questo romanzo Zhadan osserva più che riflettere, descrive le cose più che definirle. Una prosa che racconta una guerra non ancora finita forse dovrebbe essere proprio così: impulsiva e veloce, finché il tempo e la distanza non porranno le condizioni per una più attenta riflessione. Tuttavia, forse una maggior distanza avrebbe evitato anche molti dei difetti di questo testo. Un tour di Serhij Zhadan è previsto per Maggio 2018, tutti i dettagli verranno comunicati sul nostro sito.

 

Kalytko

La variante della guerra di Kateryna Kalytko, la scrittrice che con il libro Zemliia zagublenykh ano malen’ki strashni kazky (La terra dei perduti o piccole favole terribili) nel 2017 ha fatto il pieno di premi letterari (tra cui BBC book e Konrad Prize), si sposta dall’esterno all’interno. Nella sua seconda prova in prosa dopo M.Isteriia (2007), la poetessa ucraina costruisce dei personaggi che dovranno combattere certe volte se stessi, perché in fondo il nostro peggior nemico è chiuso dentro di noi. Nei primi tre racconti, Voda (L’acqua), Kashtelian (Il castellano), Viter u porozhnii ochnytsi (Il vento nella feritoia vuota), Kalytko costruisce un mondo mitologico nel quale il lettore riesce tuttavia a riconoscere la realtà ucraina attuale, dove la guerra è uno stato d’animo permanente e non solo una parte della storia del paese. Il “mondo dei perduti” è un mondo dove vivono una ragazza che fin da bambina viene trasformata contro la sua volontà in un ragazzo, perdendo così la propria identità, e un uomo che, isolato da tutti, custodisce un castello, portando avanti una missione che non serve a nessuno. L’esistenza di questo mondo mitologico viene tuttavia interrotta dagli altri racconti, che ci catapultano nuovamente nella realtà senza colori che ci circonda. È la realtà dove un reduce di guerra cerca di adattarsi alla vita “normale”, dove la vita di un ragazzo violentato rimarrà sempre quella di un venditore di aquiloni e dove una escort mantenuta da un politico vive in una casa dove non entra mai nessuno sulla coste della ex Jugoslavia. L’ambientazione balcanica lascia trapelare il legame tra Kalytko e lo scrittore bosniaco Miljenko Jergovich, di cui Kalytko ha curato alcune delle traduzioni ucraine. Il risultato è una bella prosa breve, a cui la sensibilità poetica dell’autrice conferisce un andamento fresco e diverso. È sempre interessante osservare come tratta i nuovi orizzonti questa giovane scrittrice e poetessa ucraina.

 

Amelina

Passiamo infine al terzo romanzo, Dim dlja doma (Den for Dom), della giovane scrittrice leopolitana Victoria Amelina, che, al contrario di Zhadan e Kalytko, parla delle guerre passate per trovare una spiegazione alle guerre presenti e limita l’impressionismo osservato in Kalytko sostituendolo con un soggetto ricco di eventi. In un piccolo appartamento a Leopoli, dove tra l’altro ha vissuto il noto autore di romanzi fantascientifici e filosofici Stanisław Lem, Amelina racchiude la famiglia del colonnello Tsilyk, che, dopo la fine dell’Unione Sovietica, si è visto costretto a rimanere a vivere in Ucraina insieme alla moglie, conosciuta a Baku, e le due figlie. Entrambe le figlie sono divorziate, entrambe hanno una figlia, ed entrambe si chiamano Maria. La storia è raccontata dal punto di vista del loro cane che, come la famiglia di Tsilyk, è finito a vivere per puro caso nell’appartamento di Leopoli. La vicenda di Tsilyk, originario di Kharkiv, osteggiato per via della madrelingua russa, detentore di molti segreti gelosamente custoditi in una cassapanca, diventa paradigmatica dell’atmosfera sociale e culturale della Leopoli degli anni ’90. Amelina ci racconta la Leopoli ibrida del primo decennio post-sovietico attraverso i piccoli dettagli quotidiani che forse solo un cane può notare –  gli odori, gli oggetti della casa, il calendario sulla parete, i rumori della radio. Gli eventi che si susseguono sono quelli con cui tanti ucraini si sono dovuti confrontare almeno una volta nella vita: i soldi mancanti per un’operazione importante, le bustarelle agli insegnanti per ottenere un voto più alto,  un misero lavoro come commessa in uno dei tanti chioschi gestiti dalla mafia locale che negli anni ’90 spuntavano come funghi, la scelta di una professione che non piace solo perché c’è bisogno di soldi, o perché si è riusciti a corrompere qualcuno, l’emigrazione all’estero alla ricerca di una vita migliore. La durezza del vivere quotidiano porta i protagonisti a cercare la fuga in una realtà alternativa e a riscrivere il passato per sopravvivere al presente. Victoria Amelina ricostruisce quel tassello del passato che manca alle giovani generazioni e con questo la scrittrice definisce in particolare i temi con i quali lavorerà nei testi futuri. Il 5 Aprile sarà possibile incontrare Victoria Amelina di persona durante la presentazione del libro Den for Dom al consolato ucraino a Milano. I dettagli verranno sempre comunicati sul nostro sito.

 

Riflessioni sul romanzo La strada del Donbas di Serhij Žadan.

 

Dalla conferenza stampa tenutasi a Pordenone il 15 ottobre 2016.

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Serhij Žadan è nato in una cittadina della regione di Luhans’k, oggi teatro della guerra che dal 2014 si svolge nel Donbas. Ancora oggi, nonostante gli accordi di Minsk, le due repubbliche autoproclamate di Donec’k e Luhan’sk e le milizie russe non cessano di sparare sui soldati dell’esercito ucraino. A Charkiv, la città dove Žadan vive, c’è uno dei più grandi ospedali militari dell’Ucraina e non passa giorno che non vi vengano trasportati soldati feriti. I soldati muoiono ancora quasi quotidianamente sul fronte.

Žadan ha scritto il romanzo La strada del Donbas nel 2009, quando la guerra non era affatto prevista, come ha detto l’autore, sembrava impossibile che una guerra potesse scoppiare in quelle regioni. L’annessione della Crimea da parte della Russia è stata solo il primo atto di aggressione contro uno stato indipendente, ad essa è seguito il lungo conflitto che continua ancora. Nel romanzo, tuttavia, non vi è alcun sentore di quello che sarebbe successo pochi anni dopo. Esso rappresenta la vita quotidiana che si svolgeva con relativa tranquillità in quelle regioni situate nel sud-est dell’Ucraina, zone di frontiera i cui confini con la Russia apparivano poco reali e in cui il passaggio da una parte all’altra del confine rientrava nella normalità. Dopo il disfacimento dell’URSS si sono create nuove condizioni socio-economiche e si sono acuiti i contrasti sociali fra i nuovi capitalisti che si sono impadroniti delle fabbriche e delle miniere, e masse operaie che non hanno più trovato una collocazione sicura nella nuova corsa sfrenata all’arricchimento e al potere di individui spregiudicati e, spesso, delinquenziali. Oligarchi e capi mafiosi hanno esteso il loro potere creando frustrazioni e rivendicazioni che poi sono state sfruttate da chi aveva interesse a creare conflitti reali.

I protagonisti del romanzo sono personaggi che rappresentano quel mondo un po’ surreale, ma anche molto vario, che l’autore ha conosciuto per esperienza personale nella propria adolescenza e giovinezza, quando viveva nell’area di Luhans’k, vicino a Vorošylovhrad, la città che è divenuta titolo originale del romanzo. Nella traduzione italiana è stato scelto il titolo La strada del Donbas che dovrebbe risultare meno misterioso per il lettore italiano. La scelta del titolo italiano indica la centralità della strada, il luogo attorno alla quale si svolge quasi tutta l’azione, che poi acquista profondità storica grazie ai molti flash back narrativi: la riflessione di Ernst sull’avanzata dei soldati della Wehrmacht nel nulla delle infinite pianure orientali al di là dei confini dell’Europa rappresentata dal mondo urbano fino a Kiev, poi vuoto come la steppa; il ricordo insieme ironico e malinconico delle attività giovanili dell’epoca sovietica; la storia dei gasisti venuti dall’Ucraina occidentale che si sono inselvatichiti adeguandosi al mondo della steppa; l’incredibile storia delle cantanti di jazz, così esotiche nella loro “americanità” e così vicine agli interessi musicali dello scrittore e della sua attività di organizzatore di una pop-band e di cantautore; e così per le varie altre storie che emergono dai ricordi dei protagonisti. Ad un presente incerto – “liquido” potremmo dire – riportano le lunghe narrazioni visionarie dei nomadi che si spostano, dei fantasmagorici mondi trasgressivi delle donne delle o.g.n. internazionali, delle migrazioni di popoli che vengono dall’Asia: mondi fantasmagorici che però, come ricordava lo scrittore nell’incontro a Pordenone, ha un suo nocciolo originario nella realtà vera, essendo stata Charkiv (la città in cui Žadan vive da 25 anni) un ben noto “centro di smistamento” delle migrazioni clandestine di cinesi e altri orientali che, attraverso la Russia, raggiungono poi i paesi dell’Unione Europea.

Da parte sua, il titolo originale Vorošylovhrad riflette uno dei punti nodali del romanzo: Vorošylovhrad è una città che non esiste più, è una città fantasma che rivive solo nella visione letteraria dell’opera di Žadan. Per la realtà storica, Vorošylovhrad era il nome che negli anni di Stalin e poi ancora negli anni Ottanta del Novecento, era stato dato alla città di Luhans’k, per onorare la memoria di un generale sovietico che portava appunto il cognome di Vorošylov. La città, fondata alla fine del Settecento da Caterina II, ha ripreso il proprio nome di Luhans’k dopo la creazione dell’Ucraina indipendente nel 1991. Nell’episodio del romanzo in cui si narra delle cartoline della città che il protagonista doveva descrivere a scuola durante le lezioni di tedesco risulta evidente come la realtà di quella città sovietica fosse inconsistente, tanto che era difficile descrivere quello che appariva sulle cartoline che nella realtà sembrava inesistente. L’immagine fantasmagorica dell’inesistente città delle cartoline è però anche il luogo della memoria dello scrittore che, penetrando a ritroso nel passato ed elaborando il ricordo del suo “vissuto” ricostruisce anche l’interezza della propria personalità e del passato della terra in cui vive, dell’Ucraina.

Il libro ha inizio con una telefonata. Il protagonista Herman viene svegliato alle 5 del mattino da un vecchio compagno di gioventù che gli chiede di venire immediatamente da lui, nella cittadina dove è nato, perché il fratello è scomparso, abbandonando la stazione di servizio che gestiva da molti anni e lasciando dietro di sé solo problemi economici e incertezza nelle persone che lavoravano alla stazione di servizio. Herman cerca di rifiutare, ha un lavoro sicuro in città, si è adattato alle nuove condizioni e non vorrebbe tornare nei luoghi dell’infanzia e dell’adolescenza. Le scarne informazioni date dal compagno di gioventù inducono però Herman a intraprendere il viaggio verso la stazione di servizio per vedere cosa succede. Herman parte pensando di restare solo il fine settimana per risolvere i problemi sospesi. Dalla primavera, in cui il viaggio inizia, il soggiorno si prolunga però inesorabilmente fino all’autunno, ogni volta che Herman si prefigge di tornare indietro, un personaggio o un evento lo inchioda in quel posto, in un percorso a ritroso nel tempo che lo porta a rivivere le emozioni e le vicende del passato alla ricerca del senso della vita e, soprattutto, alla ricerca di se stesso. Alla fine Herman rimarrà nel posto delle origini, la stazione di servizio che ha sperimentato ed è sopravvissuta alla storia del paese, dal comunismo sovietico alla nuova realtà post-comunista, sulla difficile strada della ricerca della propria identità e della propria dignità storica e sociale.

La Strada del Donbass è dunque un romanzo di viaggio nell’Ucraina della lunga transizione dal periodo sovietico a quello dell’indipendenza del paese e del nuovo sistema economico e sociale. È stato suggerito che è anche un romanzo di formazione. In primo luogo è un viaggio esistenziale.  È però un viaggio esistenziale in cui tutti i passaggi da una fase all’altra scaturiscono dalla più vera realtà, dall’esperienza vissuta, dalle persone con cui giorno per giorno il protagonista interagisce ritrovando i compagni di scorribande diurne e notturne, di omeriche partite di calcio, di tuffi nel fiume, di sogni di diventare membri dell’aviazione sovietica, di adolescenziali esperienze erotiche, di vita nei prefabbricati che raffigurano la cittadina dove si svolgono gli eventi come un eterno cantiere: forse il cantiere che doveva essere il sogno dell’Unione Sovietica che in realtà di lì a poco si sarebbe sgretolata senza che le costruzioni fossero mai riuscite ad essere terminate.

Vorošylovhrad, o La strada del Donbas è il romanzo di una generazione di passaggio, quella a cui lo scrittore e i personaggi che egli ha creato nella narrazione appartengono. Una generazione nata ancora nell’URSS, che ha poi sperimentato personalmente il passaggio da un tipo di cultura a un’altra. Sono i personaggi che rappresentano la gente comune, a volte stravagante, a volte emarginata, che permettono a Herman di portare a compimento il proprio viaggio alla ricerca della memoria, del superamento del trauma della transizione, di se stesso. Personaggi che, come lui, cercano il proprio posto nel mondo che li circonda, cercano soprattutto dei punti di riferimento, degli appigli per non essere soli, per appartenere a una comunità. Il Traumatizzato, mago delle riparazioni meccaniche e figura dominante che organizza con la stessa energia il lavoro nella stazione di servizio da cui è scomparso il proprietario fratello di Herman, epocali partite di calcio fra i gasisti e la gloriosa squadra locale che gioca con antiche scarpette consumate e improbabili magliette del Milan, incontri notturni e diurni con donne di ogni età che lo amano alla follia malgrado l’invecchiamento e la pancia. Koča, che dorme accanto a vari locali dismessi in un baracchino dove, in un diffuso odore di acqua di Colonia e di tè nero, si confondono vecchi abiti usati in cerimonie e tenute militari, scarponi e oggetti di vita quotidiana, una illeggibile carta geografica dell’URSS ricomposta da ritagli di giornali e frammenti di ogni materiale. Ernst, che come Herman ha studiato storia, cerca di fare l’archeologo scavando carrarmati tedeschi sepolti da più di mezzo secolo, e ora difende come sua proprietà un aeroporto dismesso. La figura di Ernst meriterà una considerazione a parte: anch’essa è ispirata a un personaggio reale, lo Ernst Thälmann, eroe della Repubblica Democratica tedesca, mito dell’aviazione tedesca orientale, protagonista di film ideologici ampiamente noti nella DDR e in tutto il mondo comunista. Trasfigurato da Žadan nel nostalgico ricercatore di carcasse di carrarmati della Wehrmacht e di ultimo paladino dell’aviazione sovietica, anche quello Ernst mitico è componente essenziale dell’elaborazione della memoria che lo scrittore fa del passato proprio e di quello del proprio paese. E poi ci sono i compagni della squadra di calcio, i commercianti di merce truccata che contrabbandano in Russia e poi in Cina prodotti targati Bosch e benzina clandestina lungo una linea ferroviaria che non va da nessuna parte. C’è il presbitero, che ha superato la sua narcomania con la forza di volontà e fa da guida spirituale alle comunità evangeliche štundiste accompagnando la predicazione e la celebrazione di matrimoni e battesimi con pezzi di magia imparati in un centro di recupero. Tutti si muovono, viaggiano, vanno in autobus traballanti, in vecchie Mercedes ammaccate o in motorino per le strade piene di buche, in mezzo a infiniti campi di granturco o boschi che sembrano giungle impenetrabili, migrano dall’Asia verso l’Europa fermando l’accampamento perché la matriarcale guida delle loro tribù possa partorire, vivono in questo territorio del Donbas per attraversarlo o per gettare radici, nel perenne inseguimento di una felicità che non sia frutto di beni esteriori, ma venga dal di dentro, dall’animo e dal vissuto di ogni uomo. E infatti è grazie al senso di reciproca solidarietà e di responsabilità individuale verso la comunità che, come rivelano vari personaggi – il presbitero, la giovanissima Katja, Traumatizzato, la cantante di spirituals –, il protagonista riesce a rimettere insieme i pezzi della memoria, trovare l’integrità dell’io, portare a termine il percorso dalla disintegrazione all’armonia col mondo.

Con Vorošylovhrad – come ha precisato egli stesso durante la conferenza stampa – l’autore ha voluto mettere al centro topografico della narrazione la cultura delle regioni orientali dell’Ucraina. La letteratura ucraina mette quasi sempre al centro della sua identità letteraria le regioni centrali o occidentali: Kiev e la regione di Poltava dall’Ottocento fino a  O. Zabužko, le atmosfere surreali e magiche del mito asburgico della Leopoli di Ju. Andruchovyč e T. Prochaz’ko, la Bucovina multietnica e “austriaca” da O. Kobyljans’ka a M. Matios.  La mancanza di opere e scrittori che narrassero delle regioni orientali, della Luhans’k in cui è nato e cresciuto, è stata percepita da Žadan come una lacuna della storia letteraria ucraina. Vorošylovhrad, ossia la Strada del Donbas è nata anche per colmare questa lacuna, per dire che l’Ucraina orientale è anch’essa parte della nazione, oltre che dello stato. Ed è proprio il paesaggio e la peculiare identità di quelle regioni che non solo costituiscono lo scenario degli eventi narrati, ma rivelano lo spirito totale dell’opera e il risultato finale della ricerca dell’io. Ciò non significa, sia ben chiaro, che il romanzo abbia una valenza regionale. La ricerca dell’io, lo sforzo fatto per capire la situazione di transizione in cui si trovano il protagonista e la società, la scoperta dei valori universali di comunità, di responsabilità e di solidarietà reciproca conferiscono ad una vicenda ambientata nelle regioni orientali una valenza che è al tempo stesso emblematica per tutta l’Ucraina ed è facilmente riconoscibile come propria per ogni essere umano pensante.

Il romanzo è ricco di lirismo, di ampi spazi meditativi, di fantasmagoriche atmosfere create dal sole e dal granturco, dal verde primaverile e dall’oscurità dei boschi, dal rumore del vento e dall’estasi dell’azzurro profondo del cielo che si perde all’orizzonte. Chi conosce le steppe o i campi infiniti dell’Europa orientale sa che le fate morgane, i riflessi di luce di albe e tramonti, le ondate della calura estiva e il colore delle tenebre creano atmosfere irripetibili, magiche e allucinate. Queste atmosfere creano lo sfondo per le avventure della fantasia narrativa e della ricerca intellettuale ed etica dello scrittore. La ricostruzione dei legami di fratellanza e di radicamento nel territorio, e l’elaborazione della memoria costituiscono il percorso profondo del romanzo, che tuttavia non è definibile come opera di carattere filosofico o, tantomeno, spirituale. Lo scrittore ha abilmente saputo conciliare l’elemento lirico e meditativo con quello del romanzo d’azione, la ricerca etica con una trama al limite del poliziesco, la serietà della percezione della storia con l’ironia sottile e bonaria, ma incisiva. I dialoghi sono scambi di battute rapidissime e secche, da film d’azione. I personaggi sono insieme teneri e ridicoli, profondi e scavezzacollo. E poi ci sono i personaggi negativi: i piccoli picciotti della malavita, l’oligarca e i suoi immediati collaboratori, la violenza che s’insinua ovunque e fa avanzare tutta l’azione perché è proprio l’avidità di potere della malavita che minaccia l’esistenza della stazione di servizio e di quel piccolo mondo umano e familiare che Herman ritrova dopo la sparizione del fratello. Tuttavia, faceva notare Žadan durante la presentazione, i personaggi non sono mai totalmente negativi, come non sono mai perfettamente positivi. Lo spregevole Naikolajč, vile scagnozzo di un capomafia, ha alle sue spalle una drammatica storia di frustrazioni e di sconfitte che spiegano, anche se non giustificano né riscattano, la sua personalità. Persino l’efferato oligarca che viaggia sul suo treno personale sulla ferrovia che non va da nessuna parte risulta tragicamente drammatico perché è solo: incapace di capire e accettare il territorio, nel suo odio per tutti e per tutto, risulta tremendamente solo anche quando deve provvedere al proprio pranzo uccidendo lui stesso la pecora destinata al suo piatto. Esiste dunque un’ampia zona grigia in cui, a vari livelli, si muovono molti personaggi: il presbitero è uomo di chiesa ma anche mago da circo, i contrabbandieri vivono ai margini della legge ma conoscono le leggi della fratellanza e della partecipazione ad una vera comunità umana, l’anziano dirigente del Partito Comunista nella casa di cura è simbolo di un potere odiato e disprezzato, ma impartisce a Herman una lezione di dignità che nessuno si aspetta da lui: sarà infatti lui a dirgli che deve opporsi ai soprusi dell’oligarca e deve difendere la sua legittima proprietà, ossia quella stazione di servizio in cui Herman percorre il suo cammino di memoria alla ricerca di sé e del proprio radicamento.

Ciò non significa, sia ben chiaro, che la vaga nostalgia che aleggia in tutto il romanzo sia una manifestazione di rimpianto per l’URSS e tutto ciò che il dominio sovietico ha significato. La nostalgia è solo individuale e personale, si esplica nella ricerca del proprio passato individuale, nella presa di coscienza della propria identità grazie all’appropriazione del vissuto e al superamento della lacerazione che era stata provocata dalla scomparsa nel nulla dell’ordine sociale.

La Strada del Donbas è il cammino della transizione da un’era all’altra, dalla giovinezza alla maturità, dal mondo di “prima” e quello di “dopo” (prima e dopo la caduta del muro di Berlino, per esempio, o del passaggio dal mondo bipartito a quello globalizzato). Alla domanda se il trauma può considerarsi oggi superato e la transizione compiuta lo scrittore ha risposto in maniera parzialmente negativa, ma articolata, ha messo in evidenza l’ambivalenza degli eventi e dei loro significati. Il libro è stato scritto prima che scoppiasse la guerra, la transizione non si era ancora compiuta, ma non c’è dubbio che la guerra ha riportato alla coscienza l’esistenza e la profondità del trauma. D’altra parte, la guerra ha non solo acuito la percezione del trauma, ma ha anche contributo a mobilitare un’azione di rinnovamento profondo, sociale e identitario, della nazione che sembrava addormentata nell’epoca di Yanuchovych. L’autore confessa che oggi, nel 2016, l’elemento giocoso e ironico suona almeno in parte fuori luogo, quasi molesto. Un prossimo libro lo scriverà in maniera diversa. Tuttavia, anche il passaggio attraverso la Strada del Donbas era necessario per compiere e completare il cammino di transizione dal passato al presente, il percorso di ritrovamento dell’unità individuale e collettiva. Com’è noto, attraverso la scrittura, la recitazione di versi, la musica della sua rock-band, la messa in scena di vari spettacoli e l’organizzazione di eventi di ogni tipo, Žadan svolge un’azione quotidiana di diffusione della cultura, delle idee di convivenza e riconciliazione proprio nelle regioni orientali il cui tessuto sociale, economico e morale è stato gravemente danneggiato dalla guerra. Seguono le sue iniziative cittadini di ogni età e classe sociale, ma soprattutto i giovani. L’Ucraina è in fase di costruzione di se stessa, ci vuole ancora tempo e molto lavoro quotidiano sul territorio, ma Žadan non dubita che l’Ucraina stia costruendo la sua nuova identità, elaborando la memoria storica e ritrovando dentro se stessa il necessario senso di responsabilità e di comunanza. Il cammino è lungo, la via è tortuosa, ma l’Ucraina continuerà a crescere entro i confini dello stato legalmente riconosciuto, confini che sono oggi più chiaramente definiti soprattutto nelle terre orientali. L’amara ironia della storia è quella di sempre: il trauma della guerra ha portato inevitabilmente a definire quei confini che nel 2009, quando il romanzo è stato scritto, non esistevano nella coscienza degli abitanti, o almeno non erano percepiti come reali e definiti.

 

Giovanna Brogi

 

 

 

Novità letterarie e recensioni

Negli ultimi due anni il mercato editoriale ucraino ha cominciato ad assumere una propria fisionomia, in parte grazie agli incentivi statali, ma soprattutto grazie alla professionalità delle persone che ci lavorano. Questi criteri non si applicano, purtroppo, allo scandalo legato alla traduzione ucraina di La mia amica geniale, primo volume della celebre trilogia della scrittrice italiana Elena Ferrante, di cui vaste porzioni sono state rese in modo approssimativo, quando non apertamente fantasioso. Lo scandalo in sé – innescato dai post giustamente indignati di alcuni lettori – il ritiro dal mercato della prima edizione e la promessa di una nuova traduzione fedele all’originale testimoniano, d’altro canto, una crescita del numero dei lettori e delle loro aspettative. Ad allargarsi è anche la geografia dei festival letterari che fungono da piattaforme per la distribuzione delle novità editoriali: ai tradizionali appuntamenti di Kiev e Leopoli si sono aggiunti quelli di Odessa, Zaporizžja e Vinnycja.

Inoltre, se prima dei turbinosi eventi che hanno colpito il paese nel 2014 nessuno scrittore contemporaneo si avventurava in provincia, adesso è diventato di moda presentare il proprio libro in giro per l’Ucraina, magari facendosi un selfie con il pubblico accorso ad ascoltare. I libri ucraini però oggi non si leggono più solo in Ucraina. Scrittori ucraini come Serhij Žadan sono invitati sui palchi dei principali festival letterari europei. Brevi estratti dei loro libri vengono tradotti e questo incentiva le case editrici a concludere un contratto definitivo. Tra questi palchi possiamo citare il festival letterario di Amsterdam Read my world e il Conrad Festival di Cracovia. Lo scorso settembre il Festival Pordenone legge ha ospitato proprio Serhij Žadan, che ha presentato in anteprima nazionale la traduzione italiana del romanzo Vorošylovgrad (La strada del Donbas, pubblicato in Italia da Voland e tradotto da Giovanna Brogi). Gli stand delle case editrici ucraine sono ormai una presenza fissa alla Bologna Children’s Book Fair.

Vi proponiamo una breve rassegna delle principali novità del 2016 :

Tetyana Maljarčuk, Забуття / Zabuttja / L’oblio, 2016 Vydavnyctvo Starogo Leva

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Nell’ultimo romanzo di Tetyana (Tanya) Maljarčuk, scrittrice ucraina di stanza a Vienna, attiva dal 2004, e vincitrice di diversi premi letterari europei tra cui Kristal Vilenica e Conrad Festival, si intrecciano due diversi piani temporali: presente e passato. Una giovane scrittrice contemporanea inizia ad interessarsi alla figura di Vjačeslav Lypyns’kyj (1882-1931), storico, politico e ricercatore polacco naturalizzato ucraino attivo nei primi decenni del secolo scorso. Immergendosi nella biografia di Lypyns’kyj, e superando la barriera temporale che li separa, la protagonista cerca di trovare se stessa. La voce narrante parla a nome di chi è stato costretto ad adattarsi e a rendersi debole per sopravvivere ai traumatici eventi dell’inizio del XX secolo. In un tentativo di combinare memoria individuale e memoria collettiva, realtà storica e finzione letteraria, follia e ragione, L’oblio rende omaggio alle personalità forti come quella di Lypyns’kyj.

Da una delle più note scrittrici ucraine passiamo all’esordio narrativo del giovane poeta Myroslav Lajuk (n. 1990), Babornja (La casa di riposo). Se al lettore italiano questo nome dice poco, Myroslav Lajuk è forse uno di più noti e promettenti autori ucraini contemporanei. A soli 26 anni Lajuk ha già vinto due volte il prestigioso premio letterario Litakcent e i suoi lavori per il teatro si sono classificati al secondo posto al concorso nazionale Koronacija slova. Dopo avere pubblicato tre raccolte poetiche nel 2016, Lajuk chiude l’anno con la sua prima prova narrattiva.

 

Баборня / Babornja, 2016, Vydavnytstvo Starogo Leva

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La protagonista di Babornja è Marija Vasyvlyvna, un’insegnante di biologia in pensione che, settantenne, si ritrova a fare un bilancio della propria vita. Due sono gli eventi fondamentali che l’hanno attraversata: l’amore per il marito e la partecipazione alle riprese di un video della cantante sovietica Sofia Rotaru. Il suo mondo quasi ideale crolla dopo la morte del marito, quando Marija scopre che il suo amato aveva una doppia vita, accuratamente nascosta in un armadio da cui cominciano ad uscire gli scheletri della storia sovietica.

 

Andrij Bondar І тим, що в гробах / I tym ščo v grobach / Anche a quelli nelle tombe, 2016, Vydavnytstvo Starogo Leva

 

bondarIl nuovo libro dello scrittore, traduttore, blogger e saggista Andrij Bondar merita una menzione speciale nella sezione del racconto breve. Anche a quelli nelle tombe raccoglie testi prodotti tra il 2003 e il 2016 e assemblati con abilità dalla redattrice Hanna Uljura. I vari racconti compongono una biografia interiore sedimentata nel tempo, illuminata dall’inconfondibile stile di Bondar. Bondar cerca finalmente di passare dalla saggistica alla letteratura, trovando spunto nella vita quotidiana dei personaggi che lo circondano ogni giorno.

 

Aleksej Nikitin Санитар с Институтской / L’inserviente dall’Institutskaja, 2016, Ljuta sprava

nikitinL’inserviente dall’Institutskaja è il nuovo libro dallo scrittore ucraino russofono Aleksej Nikitin, noto anche in Italia per il romanzo Istemi, edito da Voland. Nella sua nuova storia, Nikitin racconta l’intreccio delle vite di due amici artisti senza successo: il pittore Umanec e il poeta Nezgoda. L’anima fragile di Nezgoda lo porta a più di un ricovero in una clinica pischiatrica, dove lo va a trovare spesso l’amico Umanec, che a sua volta passa intere giornate chiuso nel suo studio nel centro di Kiev. La storia dei protagonisti si intreccia a quella dell’Ucraina, culminando sul Majdan, durante la Rivoluzione del 2014.

 

Serhij Žadan Тамплієри / Tampliery / I templari, Knyhy – XXI, Meridian Czernowitz

zhadanIl più celebre poeta e scrittore contemporaneo ucraino ci regala una nuova raccolta poetica, I templari, in cui sono riuniti testi scritti tra la seconda metà del 2015 e la prima metà del 2016. A differenza del precedente Žyttja Mariji (La vita di Maria), questa nuova prova poetica sembra contenere una nota di speranza, forse perché nel frattempo anche gli ucraini sono cambiati: “39 poesie sulla guerra non annunciata, sul dolore con cui pochi riescono a convivere, sull’amore a cui nessuno può rinunciare e sulla speranza che sostiene tutti quanti”, come l’ha definita lo stesso Žadan. Il libro è impreziosito dalle eleganti illustrazioni del pittore ucraino Oleksandr Roitburd.

Yaryna Grusha

(Italian editing: Maria Grazia Bartolini)

È uscita la traduzione italiana dei Dodici cerchi di Jurij Andruchovyč

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È appena uscita presso l’editore Del Vecchio la traduzione italiana del romanzo I dodici cerchi di Jurij Andruchovyč, a cura del nostro socio Lorenzo Pompeo.

Anni Novanta. Karl–Joseph Zumbrunnen, fotografo austriaco di radici galiziane, viaggia attraverso l’Ucraina alla ricerca delle proprie origini, vivendo gli spasmi di una nazione nuova di zecca. Con uno stile incantato e magistrale, Andruchovyc compie un intenso volo notturno geopoetico nel cuore dell’Europa e della nostra identità occidentale.

ISBN: 9788861101661 | Pagine: 346

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È uscita la traduzione italiana del Principe giallo di Vasyl’ Barka

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È  uscita la traduzione italiana del Principe giallo di Vasyl’ Barka (1962), il primo romanzo ucraino dedicato al tema del Holodomor. La traduzione italiana, a cura del nostro socio Alessandro Achilli, è la terza a comparire in una lingua occidentale dopo quella francese, uscita per i tipi di Gallimard nel 1981, e la più recente versione tedesca di Maria Ostheim-Dzerowycz (Kiev: Jaroslaviv Val, 2009).
V. Barka, Il Principe giallo, Pentagora, 2016, 309 pp.
Per eventuali ordini: ordini@pentagora.it, tel: 019-811800

Nel grande libro dei genocidi e delle atrocità contro i popoli, scritto con dedizione per tutto il XX secolo, un posto va riservato allo sterminio dei contadini ucraini che non si erano piegati alla collettivizzazione forzata, condannati alla fame dal regime sovietico negli anni 1932-33. C’è chi riferisce due milioni di morti, chi molti di più.

Holodomor (morte per fame) è il nome corrente di questa tragedia, ancora misconosciuta in Italia. La racconta Vasyl’ Barka, poeta, scrittore ucraino, testimone diretto, nel romanzo Žovtyj knjaz’ (Il principe giallo) attraverso la storia di una famiglia.